UNA PRESENTAZIONE

Buongiorno a tutti,

siete entrati nel sito “Seautos”, dedicato alle mie realizzazioni artistiche dalla metà degli Anni Settanta (quando sarà stato completamente ordinato…) in poi.

“Seautos” è la sigla che ho iniziato ad usare dal 2000, per i cortometraggi, quando fui costretto dai regolamenti dei concorsi video a dare un nome alla mia “casa di produzione”: poiché la mancanza d’etica in questa società (e di conseguenza degli ambienti culturali che di essa fanno parte) mi ha quasi sempre costretto a portare avanti le mie proposte culturali da solo, ho scelto questa parola greca, che significa “se stesso”. Per traslato, questa è diventata una sorta di marchio di fabbrica per tutto quel che faccio, anche se non è uno pseudonimo.

Nel sito troverete la situazione più aggiornata possibile di quanto realizzo nei vari campi (e, col tempo, di quanto realizzai in anni più lontani e in ambiti artistici ora come ora lasciati “in sonno”) e notizie riguardanti quelle comprensibilmente rare occasioni nelle quali mi è possibile trovare spazio pubblico per leggere o far vedere i miei lavori.

Troverete i link con quei siti – ufficiali e non – che in qualche modo mi appoggiano, dimostrando di non accettare, in toto o in parte, le regole che il mercato e i suoi servi ci hanno imposto in tutti o quasi gli ambiti della nostra vita; come ricevere le mie opere (per tutte quelle scritte il download sarà solo parziale); commenti agli ambienti culturali e agli avvenimenti sociali che, ogni tanto, mi parrà utile inserire; più per stimolare delle riflessioni, che un dibattito.

Buona navigazione a tutti.

COOPERATIVE DI LETTORI?

Lo scorso anno uno dei tanti piccoli editori italiani, in perenne difficoltà a causa delle leggi che sotto tutti i governi si sforzano di soffocare da noi la stampa indipendente, lanciò la proposta di editare libri partendo dal numero di prenotazioni che riceveva su un dato titolo proposto, allo scopo di minimizzare il divario costi-ricavi.

Tale iniziativa non andò in porto, poiché molti clienti di quell’editore – che vende per corrispondenza – videro la cosa come un’imposizione, e le adesioni furono troppo poche (l’editore ebbe poi altre forme di solidarietà, ed è tutt’ora sul mercato, per fortuna vista la sua serietà: ma questa è un’altra storia); resta il fatto che mi sembra una strada molto suggestiva, per poter garantire un minimo di visibilità sia agli autori da un lato che, dall’altro, offrire un prodotto di sicura qualità ai lettori.

Basta fare un po’ di conti, anche sulla base dell’esperienza personale, per capire come un libro di poesia – fatti salvi i classici, quei nomi che attirano il pubblico partendo da altri motivi e gli autori storicizzati dalla critica – non distribuisca, se va bene, che qualche centinaio di copie: dove nel termine “distribuire” sono comprese anche le copie regalate e quelle diffuse presso critici, riviste e premi con speranza di un qualche riscontro; copie che sono di solito la maggior parte. Col che si capisce subito come l’iniziativa poetica sia, almeno da noi, votata al fallimento economico: sicché prosperano quegli “editori” che si rifanno comunque sull’autore, favorendo in questo modo la marea di infelici che solo mostrando un libro agli amici riescono a convincersi di essere qualcuno; e lasciando così fuori dalla porta i meritevoli, che spesso sono abbastanza maturi da controllare la qualità del servizio offerto, prima di sborsare alcunché.

Personalmente dubito che un’iniziativa del genere parta dal basso, con cento-duecento lettori che si contattano e si coordinano fra loro (non perché siamo in Italia, ma per le difficoltà oggettive di gestire una rete simile), però mi chiedo se quanti sono coinvolti non per interessi di facciata nei settori culturali, non possano in certi casi farsi promotori di qualcosa di simile.

Sarebbe, questa, una moderna forma di mecenariato che tenga conto in positivo delle regole mercantili di domanda e offerta e che potrebbe vedere protagonisti tanto i soggetti pubblici, quanto quelli privati: partendo dalla considerazione che tanto gli uni quanto alcuni degli altri dovrebbero poter contare su di un indirizzario di persone potenzialmente interessate a tale progetto.

Presumo che in qualcuno di chi mi legge nascerà il timore che un’iniziativa del genere si allinei alla maggior parte delle iniziative pseudoculturali (premi, vanity editors, ecc.) che già infestano il Paese. Mi permetto di essere sostanzialmente ottimista, su tutte e tre le variabili (qualità dell’autore, professionalità del gestore, sensibilità di base dei fruitori) che incidono su qualsiasi progetto culturale.

Innanzitutto l’iniziativa sarebbe autoreferente: solo i lettori davvero interessati ad una proposta di un certo livello sarebbero disposti ad autofinanziarla su tempi per forza di cose lunghi; e solo una persona ben dotata di cultura e di gusto potrebbe essere abbastanza motivata per seguirla a dovere. Va da sé infine, per quanto riguarda la prima variabile, che le scelte di questa persona nel campo degli autori da proporre finirebbero per essere culturalmente valide.

Si può sperare che una proposta del genere (che lascerebbe fuori dalla porta quanti quotidianamente si illudono di saper scrivere solo per aver pagato qualche premio o associazione a fantomatiche accademie; e che assicurerebbe, come scrivevo all’inizio, un minimo di visibilità ad artisti tanto meritori quanto trascurati e buone occasioni di crescita ad un scelto numero di lettori) prenda piede qui da noi?

Non sono informato di come vadano le cose all’estero al riguardo, se cioè in altri Stati esistano reti del genere; di sicuro la vendita per corrispondenza è molto più avanzata altrove anche per ciò che è legato alle autoproduzioni: a parte le situazioni di forzata necessità (in società economicamente povere) o di aperta censura (come avviene e avvenne negli Stati totalitari), è noto che le autoproduzioni (le quali nascono come produzioni tendenzialmente autoreferenti, cioè prima di tutto con un pubblico formato da altri autori) trovano spazio, almeno negli Stati Uniti, anche sugli scaffali di molte librerie.

C’è prima di tutto, quindi, qui da noi, una mentalità differente con la quale occorrerebbe fare i conti. Ma ciò non significa che non si possa tentare, visto che la formula copre di fatto ogni rischio economico del proponente: in una società allo sfascio, nella quale le potenzialità culturali sono se non addirittura combattute, spesso viste con fastidio, la preservazione di certi valori a tesoro per le generazioni future e per quanti, comunque, si sforzano di proporre modelli positivi di riferimento, ricade sulle spalle di piccoli gruppi di individui.

BUONI PROPOSITI – 2014

Innanzitutto e com’è giusto, un buon anno a quanti ogni tanto vanno ancora a buttare un occhio in questo sito.

Il 2013 è stato un anno molto interlocutorio, con pochissime occasioni concretizzatesi riguardo allo scrivere;per capire quanto “interlocutorio”, basta dire che erano 14 anni che non mi capitava di “stampare” una sola copia delle mie raccolte: e siccome le raccolte autoprodotte le realizzo a computer o per fotocopia, quando ho venduto quelle due o tre copie che mi porto sempre dietro alle letture, questo dovrebbe far capire tutto.

Le presentazioni del romanzo sono state meno di quelle che immaginavo; e i loro risultati, in termini di vendite, sono stati ben scarsi: come immaginavo, visti il taglio dato al tema trattato da “I pesci nel barile” e la considerazione di cui godo in zona. Il fatto che nessun parassita “culturale” (politico o critico locale che sia) possa profittare del mio lavoro, toglie molte opportunità a livello pratico; anche se naturalmente nulla può avere a che fare – nel bene o nel male - col valore delle opere che scrivo. Ma non si capisce perché gli ambienti preposti alla cultura dovrebbero essere regolati diversamente dal resto della società: così che, se la quest’ultima fa pena, non è pensabile che i primi se la passino tanto meglio.

Le occasioni per letture poetiche sono state ancora più rare; e il fatto che ci sia una contrazione nelle riviste cartacee, contemporaneamente a un diffondersi di quelle online – con le quali, solo per problemi tecnici ancora irrisolti, non mi relaziono – mi complica ancor più le cose.

Posso solo augurarmi che il 2014 non sia un anno così di stasi come quello appena terminato… In ambito poetico manca poco a che sia finalmente terminato l’invio delle copie del terzo volume dell’Opera Omnia: potrò quindiautopubblicare una raccolta inedita (e scrivo “autopubblicare”, perché ho in corso ricerche per un editore, tale non solo di nome: ma è ovvio che i miracoli accadono ogni dieci anni, se va bene; non tre o quattro volte al mese…); difficilmente, perciò, potrà uscire dal giro dei “lettori affezionati”. Contemporaneamente dovrò cercare un sistema che mi permetta di risparmiare almeno il 50% di quanto mi son costati finora i volumi dell’Opera Omnia; grazie alle Poste Italiane le spese di spedizione sono divenute insostenibili, così che dovrò prendere in considerazione altre opzioni: primefra tutte, quelle informatiche.

Allo stesso modo dovrò comportarmi per il mio secondo romanzo; la “Saecula” (che aveva il diritto di prelazione) l’ha rifiutato e devo ammettere – visto il contenuto del libro – che ne facevo i responsabili un po’ più coraggiosi; quindi dovrò di nuovo muovermi in privato: anche in questo caso sono alla ricerca di un editore “tale non solo di nome”: ma anche nella prosa si riducono le opportunità serie, così che l’opzione “e-book” non è vista come un ripiego.

Continuo sempre a sperare, infine, che negli altri campi d’interesse si aprano finestre anche per la produzione letteraria. “In sonno” la piccola struttura che mi permise qualche soddisfazione coi cortometraggi, resta la mia disponibilità a collaborare nel campo del fumetto e in quello d’animazione; malgrado in questo secondo campo non abbia alcuna esperienza.

Le potenzialità nel fumetto sono certe, visti i lavori fatti a suo tempo col gruppo della fanzine “Out”; purtroppo il sodalizio s’è interrotto, dopo che avevo finanziato la realizzazione di un’antologia di racconti: aiuto che - siamo in Italia - evidentemente non fu gradito. Però le potenzialità di sfruttamento in ambito fumettistico di molte cose che ho scritto, anche in poesia, rimangono.Proprio il problema dei rapporti umani con gli italiani - incapaci di “fare squadra” e in genere non affidabili per senso di responsabilità e capacità (auto)critica - mi ha spinto a cercare di proporre i soggetti filmici ad animatori: una collaborazione del genere annullerebbe così quasi del tutto i rischi derivanti dal “fattore italianità”.

Io continuo ad essere ottimista; intanto presento qui due nuove cose: una poesia per “Mappe polesane” (raccolta la cui prima stesura è finalmente quasi conclusa) e il mio ultimo racconto-forse-dark.



Alberto Rizzi

RIFLESSIONI sul FUNZIONAMENTO di un ASSESSORATO alla CULTURA “VIRTUOSO”

Il presente scritto è stato concepito nelle scorse settimane, con l’intenzione di inserirlo come argomento di discussione nel “forum” della “Lista 5 Stelle” di Rovigo, della quale l’autore ha brevemente fatto parte. Purtroppo un suo intervento sull’importanza dell’Etica in politica ha sollevato la sdegnata reazione di alcuni membri influenti (influenti perché impegnati attivamente in politica): i quali gli hanno spiegato che – a parer loro – la “politica dal basso” si può fare solo avendo l’autorizzazione dall’alto. Dati il tono e la virulenza della contestazione, l’autore ha pensato bene di tirarsi fuori da detta Lista; sperando dall’alto del suo inguaribile ottimismo, che tale atteggiamento sia minoritario, circoscritto e perciò non rappresentativo dell’atmosfera presente nelle altre Liste. Del resto si sa che – umanamente parlando - Rovigo è Rovigo… Ad ogni modo, terminato il “pezzo”, in considerazione che esso tratta di una questione cardine nel rapporto di qualsiasi artista con le istituzioni pubbliche, l’autore ha deciso che valesse la pena di inserirlo qui, per non farlo restare nel cassetto per chissà quanto tempo.

Ho sempre pensato che in situazioni normali circa il 30% delle risorse di un Comune dovrebbe essere destinato alla voce “benessere”: voce comprendente gli eventi culturali, lo sport e gli interventi sociali in generale.
A causa della mia formazione non ho molta dimestichezza con le leggi; e non ho quindi grandi idee su come un’Amministrazione Locale potrebbe procurarsi fondi, anche extra, da dedicare alla cultura; a parte gli sponsor privati; i quali del resto danno risorse sempre più asfittiche, seguendo anch’essi quanto meno le logiche del ritorno d’immagine o dell’autoreferenzialità, piuttosto che quella dell’interesse pubblico. So che esisteva una legge – puntualmente inapplicata dai Comuni – che permetteva di destinare il 2% dell’importo di un’opera pubblica all’acquisizione di opere d’arte ad essa destinate. Non so però se, dopo gli ultimi provvedimenti economici, sia una strada ancora percorribile; né so se esistano strumenti che possano “stornare”, per lo stesso scopo, quote dal budget dei vari Assessorati; e nemmeno se sarebbe corretto il loro inserimento in un Regolamento Comunale.

Dal mio punto di vista, una Giunta Comunale dovrebbe operare sulla cultura secondo queste linee:
1) Separazione secondo criteri qualitativi degli interventi culturali da quelli a carattere sociale.
2) Sostegno prioritario a quelle manifestazioni culturali considerate “minoritarie” o “di nicchia” rispetto ai gusti correnti del pubblico.

Si tratta di considerazioni “strategiche”, che vanno spiegate partendo dall’analisi delle logiche – che non a caso hanno ben poco di culturale - seguite attualmente dalla maggioranza delle Amministrazioni Culturali. Aldilà del ritorno d’immagine cui accennavo prima, si sa che l’unico interesse dei politici, attualmente e a qualunque scala territoriale, è quello di “tranquillizzare” e anestetizzare l’elettorato, creando un consenso generalizzato per lo svolgimento degli interessi delle lobby, dalle quali dipendono. Per ottenere ciò essi seguono, in campo culturale, le seguenti logiche:

1) Sfruttare la carenza culturale della maggioranza della popolazione, resa sempre più ignorante e priva di sensibilità dai modelli proposti dai sistemi di comunicazione di massa: offrendole perciò spettacoli che ne accontentino i gusti, secondo la logica aberrante che arte e cultura vanno giudicate sulla base di criteri quantitativi (il gradimento puro e semplice, o l’audience, se si preferisce) e non qualitativi.
2) Dare spazio ad una produzione presentata come “culturale dal basso”, sfruttando l’equivoco che “fare arte” significhi semplicemente “trasmettere ciò che si sente”. Questa operazione serve per far credere a detta maggioranza di riuscire ad utilizzare quel potenziale creativo, che l’aver aderito ai modelli di cui sopra le ha invece tolto. Darle cioè l’illusione di avere ancora una sensibilità “viva”: e dunque di avere ancora grazie ad essa, la capacità “di contare”.

Chiarito questo meccanismo, penso che rifarsi a quei due punti potrebbe invertire la tendenza all’impoverimento culturale di un territorio, anche se naturalmente sul lungo periodo; e andando a cozzare contro non poche resistenze lobbistiche - lobby e mafie esistono anche in campo culturale, non solo in quello economico e in quello politico - nonché generando altrettanto numerosi malcontenti a livello personale: la qual cosa turberebbe, sia detto per inciso, l’acquisizione del consenso, perno di tutto il sistema democratico-rappresentativo...

Di fatto l’applicazione dei due punti che avevo indicato implicherebbe quanto segue:

Punto 1) – Si devono scegliere quelle manifestazioni che, avendo precisa valenza culturale, andranno gestite o patrocinate dall’Assessorato alla Cultura, lasciando le altre prevalentemente all’Assessorato che si occupa dei Servizi Sociali. Come ho scritto, la scelta andrà fatta secondo criteri qualitativi; facendo un esempio: una manifestazione gestita da artisti che seguono una certa tendenza (e dunque che hanno seguito un percorso facente riferimento a correnti o maestri riconosciuti) ricadrà sotto le competenze del primo Assessorato; una braciolata in un parco pubblico, nella quale si dia spazio a sedicenti “artisti dilettanti” ricadrà sotto le competenze del secondo. Lo scopo di questa separazione è di far capire alla gente che non esistono “un’arte di serie A e una di serie B”: ma che esiste l’arte da un lato (sorretta da solidi studi e applicazione, anche a livello autodidattico) e la “non arte”, che coincide con la semplice espressione dei propri stati d’animo. Cosa, quest’ultima, che ha doveroso diritto di cittadinanza nelle attività pubbliche: ma che non va confusa con l’altra, apportando benefici solo nelle relazioni sociali a livello personale.

Punto 2) – L’assunto che qualsiasi sistema sociale eticamente impostato dovrebbe dedicare un grosso impegno alla tutela delle minoranze, si traduce in campo culturale col dedicare una grossa parte del proprio impegno organizzativo e finanziario, a dare visibilità a quelle espressioni artistiche che “non vanno per la maggiore”: proprio perché non sono in sintonia con i gusti, per quanto discutibili culturalmente parlando, della maggioranza. Si possono raggruppare in questa categoria la maggior parte delle tendenze culturali giovanili e tutte quelle manifestazioni che, per la loro alta valenza culturale – specie a livello di sperimentazione – non possono essere comprese dal grosso pubblico, che semplicemente non ha i mezzi per farlo. Sulla buona riuscita di questo punto pesa - innanzi tutto e visto il momento economico che ci sta cadendo addosso - la disponibilità finanziaria di Comune e Assessorati; ma pesa anche la caratura etica e culturale di chi assumerà l’incarico: è chiaro infatti che l’Assessore si troverà costretto ad impegnarsi anche a dare spazio a generi culturali, che possono essere lontanissimi dalla propria sensibilità e dai propri gusti.

Da un lato, quindi, si deve accettare che un Assessore si applichi particolarmente a quelle Arti o ambiti culturali che più lo interessano; ma si dovrà anche badare di scegliere una persona che abbia appunto sufficiente equilibrio – e, in ultima analisi, “senso del servizio pubblico” – da agire senza prevaricare la disponibilità di spazi e tempi necessari al far conoscere alla Città quelle espressioni culturali che non le siano familiari, quando utili per la crescita culturale dei pochi che possano interessarvisi.

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