PRESENTAZIONE di “ESPLORANDO”

“Esplorando” è una raccolta nata in realtà come opera teatrale, sulla falsariga di “Ecloghe”: cioè con i dialoghi scritti in prosa e le indicazioni sceniche in poesia. La scarsa attenzione che l’ambiente rodigino riservò ai miei tentativi teatrali (comprensibilmente, dato che le opere trattavano in sostanza di temi sociali contemporanei), mi convinse a soprassedere e a convertire tutto il materiale scritto nella raccolta di cui state leggendo.

In sostanza la storia tratta di un gruppetto di esploratori spaziali che, cercando il pianeta dal quale millenni prima erano partiti, giungono su uno, nel quale trovano le prove di una civiltà autodistruttasi. Comprendono, da una serie di indizi, che quello era il loro “pianeta madre” e l’ultimo rimasto comprende che è meglio lasciar perdere e che la ricerca era stata in fondo inutile. A questo punto chiunque avrà capito, qual’era il pianeta, dal quale provenivano…

La raccolta (autopubblicata nel 2003) si attestò quanto a copie nella media, mentre le singole poesie non ebbero molta fortuna sulle riviste, fanzine e siti, coi quali ero in contatto agli inizi di questo secolo. Fu però la base di un cortometraggio, dallo stesso titolo, prima girato nel 1990 con Alessandro Ceccotto; e poi rigirato nel 2006 in maniera più professionale (in entrambi i casi col titolo “Esplorando”), grazie al gruppo “La scatola dei lumi”. Nemmeno in questo caso, però, il risultato mi soddisfece del tutto.

Luce dorata e null’altro
lassù in alto essa è in attesa
Ore di Luglio
di un qualsiasi mese
cristallizzazione di tempo in azioni
c’è dell’acqua
l’arco delle sopracciglia
di una donna amata
ogni altro ricevuto oggetto in dono
tutti convergeranno un giorno lassù
o meglio
verso un incerto “lassù”
Perché non esiste un centro stabilito ed innegabile
tangibile e rintracciabile
aldifuòri della nostra dimensione
ma soltanto luce dorata e nient’altro
più o meno accanto a noi
triangolo giallo di ciò che sai
ma che sempre perdiffìcile è a scoprirsi

TRE IMMAGINI SIMULTANEE

Gli alberi del parco sembràvan’ondeggiàre
ad un severo ritmo m’armonioso
per chissà in quàlipensièr’immèrsi
Le bandiere a fróntelór
si agitavano cercànd’imitazióne
cercando di scoprir nel vento sintonia
verso quel ritmo antico
I tuoi occhi le parti osservavano del tutto
con attenzione d’un Sisifo inumano
fissandosi poi com’in collage
a quanto ti ricresceva a vita
ti rigettava ad essa

e sorridevano in silenzio

RIFIUTO

Ogni vostro errore bèn’espòsto
e le occasioni a voi perdute
le ripetute sconfitte
in questa notte dovrebbero far bersaglio
voi dite
? ai nostri sguardi
? E qual valore supponete abbiano
gli scarti vostri
Siete ormai privi di senso
il bidone della spazzatura
non meno dell’anello della sposa
Sedete nelle vostre màl’apparàte stanze
e pretendete scimmiottarvi
occhio a televideo che vi rassicuri
esternando compiaciuti giudizi
su abiti di comparse e attori
e costruendo morale a tuttociò
Ogni particolare è nota di disordine
  come sempre è convenuto a vòstravìta
conversa in idiozia che vi corona il volto
ed in attesa
voi
d’una parola nostra risolvente
di consenso
che suoni naturale al labbro
servile ci pieghi le ginocchia
che naturale vi si mostri
come all’occhio l’andare d’un cavallo
per le pieghe del circo
Mentre altro qui non ci rimane
che lo spegnere le luci
e chiùderdiètro calme le porte
in un silenzio che si sa di sale

PRESENTAZIONE di “POESIE dell’UCCIDERE in VOLO”

Possono esserci diversi motivi che mi hanno spinto alla stesura di questa nuova raccolta, incentrata sulle gesta di un pilota fittizio della Prima Guerra Mondiale: lo svolgimento di un soggetto “epico”; un omaggio alla mia passione per il volo (purtroppo frustrata da cause di forza maggiore); uno a chi abbia sempre avuto il coraggio di mettersi in prima fila e di rischiare di suo, quando è ben convinto di una causa; la voglia di cimentarmi in un esercizio “di genere”, escludendo a priori l’esercizio stilistico fine a se stesso: non vi è infatti in alcuna poesia il ben che minimo richiamo agli stili poetici (Futurismo e Simbolismo in primo luogo) in voga fra il 1910 e il 1920. Un’ultima ragione può essere infine ricercata nell’attualità di guerre mascherate da “missioni di pace”, allo scopo di acquisire consensi da quella maggioranza di coglioni, che crede di decidere qualcosa – col proprio voto – riguardo alla decisioni politiche prese nel nostro Stato.

In realtà possono esserci tutti questi motivi, oppure può non esservene alcuno: il semplice piacere di trattare un argomento (che non mi pare sia comparso spesso nelle raccolte poetiche)) dando prova – perché no? – di “eclettismo”: un termine che, a mio modo di vedere e quando non finalizzato al semplice sfoggio di perizia tecnica fine a se stessa, sottintende un complimento.

La raccolta ricalca più o meno fedelmente il percorso combattentistico di Silvio Scaroni, che fu il secondo asso della Caccia italiana in quel conflitto, e il primo fra quelli che vi sopravvissero; e che lasciò un suo memoriale “Battaglie fra i cieli”, da me letto in giovane età, nella benemerita collana “I Libri Pocket” della Longanesi & C..

Con quel “più o meno fedelmente” si intende non solo che gli episodi e i momenti della vita militare di Scaroni non sono stati pedissequamente ricalcati, ma che prima di tutto sue non sono le disincantate elucubrazioni sulla guerra che sono il fulcro del “fil rouge” poetico delle “Lettere a casa” – gruppo di poesie che fa da contraltare a quelle più specificamente “d’azione” – e che a volte traspaiono anche in altre liriche.

Non mi è dato poi di sapere se l’assenza di tale registro dal libro di Scaroni (che dopo la guerra non aderì mai fino in fondo agli ideali fascisti, tenendosi a debita distanza dai loro aspetti più biechi) fosse dovuta a propria convinzione; o se i momenti riflessivi non siano mai stati fatti emergere, visto il clima politico degli anni della sua pubblicazione.

NOTA: Autopubblicato nel 2006 – e quindi iniziato a scrivere almeno tre anni prima, in questa occasione le poesie scelte sono state leggermente ritoccate, secondo quella logica di affinamento, che nel tempo caratterizza tutta la mia opera poetica. Le modifiche sono state comunque di lieve entità e di sicuro non modificano in alcun modo senso e contenuto delle liriche come apparse in quell’occasione.

PER NON SCORDARMI DI RICORDARE

Tu la vedi scendere
 la morte
ma non sai
 non credi
lenta scende e piano rulla per un poco
e non capisci
 ancora non capisci quel gesto disperato
ed il gridarci appoggio
Poi noti come la mano d’uno di loro
immobile della carlinga al bordo
immobile non sia in gesto di saluto
 ma perché già scoria
di chi lontano il viaggio ha già spiccato
e senti il colore del tuo sangue
nel sangue ch’è lì attorno
Sì che mesti ci si ristà
ormai fattici noi a crocchio
a rivolgerci gli occhi all’uno all’altro
 muti
or brividendo uno scampato pericolo di ieri
 ora giurandoci che al domani
noi si sarà più rapidi, astuti, fortunati

ELUCUBRAZIONI CASUALI DURANTE UN PATTUGLIAMENTO DI ROUTINE

(a circa 2.500 m. di quota ed all’interno delle nostre linee)

…Tutti noi si sa
o s’immagina
quanto di quassù la prospettiva cambi
si stemperino dettagli
sì da ricacciarci in mano alle memorie
(il quasiodóre di rosa, sapete? O la linea del mare, laggiù)

ogni contorno oppure altro segno
vien colto su sfumato
ed ogni movimento
se da qui avvertito
ne rimanda un altro
quelli giù giù son fanti
macchia quasiunifórme grigia
che forse corre
epperò sembran da qui fermimmòbili schierati
come lo fummo noi
in giorni ancora freeschi
? Ci crederà poi il Re ai suoi elogi
? Ci crederanno i di lui primi sottoposti
i nostri capi
che altezzosi attorno si propongono
Pensa come sua auto stona
in quel suo sfoggiarsi di metallo
contr’al grigiotòpo da così mite travet impiegatizio
e l’ottimismo sbandierato nelle insegne
di queste armi nostre
quassù
? Sarà dunque in accordo lui col pensiersùo
che in fronte a noi fermo dispiega
È strano
non ne ricordo il volto
molto poco pure le parole
e a primo acchito mi pensai all’emozione
verso quest’altro peso
che ora sul petto pur non spezza il cuore
malgrado il questo mondo capovolto
nel quale “eroe” fa rima con “boia”

(A questo punto l’autore di questi pensieri, in preda ad un impulso irragionevole, data la situazione – ma non prima d’essersi accertato dell’assenza di nemici in vista – compie un mezzo tonneau, proseguendo il suo volo capovolto per alcuni secondi. Poi, dimostrando ulteriore incoscienza, abbandona i comandi e lascia che l’aereo vada in stallo, iniziando una picchiata in vite; dopo breve tempo, però, lo richiama con fermezza, uscendo con una cabrata a candela, che lo porta a bere il sole con la faccia.)

! Dio, che bello volare…
Oggi sembra che il vento
amico e semprefréddo quassù
malgrado l’entrante primavera ricca di rondini
voglia pulirti il viso da certi pensieri
ricordi spesso amari
da profili o gesti
che spiace ammettere perduti
da sangue
? Anche il Suo volto
Sua Maestà
se ne sparirà col vento
Pensavo sì l’amnesia foss’emozione…
…o l’intronarsi degli ottoni
i gesti meccanici in parata
gli elogi d’alcuni oppure i lazzi
Invece no
È solo lontananza
benedetta lontananza dell’ala sovra il sole
è solo lontananza come da qui al suolo
al fango
al memento audere semper
di cui oggi fortuna vuol mi manchi voglia
a dove si ritorna
tutti
(o ci s’infrange: o noi, o loro)
Anche per oggi
per un altro oggi
basta
(Compie una decisa virata a 180° e si dirige verso la base, scendendo di quota molto dolcemente.)

DI RITORNO DA UNA MISSIONE DI SCORTA

Gli altocumuli di spall’a noi
osservano questa giornata imparziale
 il nostro andare e venire
 i lenti seminatori di morte
poco più in basso a noi tre
Io guardo quei punti veloci là in fondo
 in fondo al nostro cielo
che imparato ho a capir
come non siano uccelli
 ma che non osano un attacco
Ci saluta con ampia man qualcuno
di quelli che scendono a lorcàmpo
 lieti
per il certo pericolo scampato
soltanto grazie alla perizia nostra
hanno operato bene
  spezzato l’ossa a chi era sotto
è questo il mestierlóro
E qual nome vada
a chi copre le spalle
 freddo
all’assassino
io non so dire

L’UNICA COSA BELLA SONO LE NUBI

Lo vedi il sole come stinge lassù
 in faccia
mentre discendo qui
all’incastro fra nube e nube
ed il vento mi sbatte
 tenta d’intraversarmi
o farmi almeno controllare il volo
 ma a volte sembra giochi
e fischia il sartiame dell’aereo
(i tiranti delle ali, i cavi di governo)
fischia e fischia
 come coro…
Tutto vibra e scrolla
sì ch’ogn’àltro suono parmi assente
mentre discendogiù
 la mente concentrata a fieri passi
e al non cercar manovra troppo brusca
in questo vento che par tentarmi amico
Per bizzarria fò nascere un pensiero
di quirestàr per sempre
 quasisospéso a un filo capriccioso
persa infine ogni nozione
d’alto come basso
 quirestàr, persèmpre
a scanso d’un destino amaro…
Infine n’esco
e vedo il mio nemico a me più in basso
fiore scomposto a volopèrso
già certo ormai il suo disfarsi al suolo

EMERSIONE

L’ombra lunga d’un cane
No
Solo nero
un nero supremo
 tangibile
 assoluto
(? forse che vidi un lapsus)
ed essere nero nel nero
 rimanere in questo nero terso, rimanere
occhio teso al buio del sogno
L’ombra lunga d’un cane
 a mezzogiorno
? Sto forse pensando
No
è tutto nero
un nero che m’avànz’incóntro
come un uomo d’Africa ch’io vidi
in giorno scaltro di vacanza antica
 me ragazzo
lui uomo nero come legno cotto
ed ombra lunga ad ogni occhio
se visto ora da qui
da quest’ognióltre ch’è dovunque ancora
Un buio nero che ti s’indossa
e non ti lascia
 com’un guanto
e che ad ogni movimento tuo
ratto s’adatta
È il tatto il primo senso
avanti a nascere
 quel che viene per primo, sì
come l’ombra d’un cane nero
a mezzogiorno
ah sì
 lunga perché in corsa
dietro alle sbarre d’una cancellata
(“Aggràppati alla mia coda”, par che dica…)
Un cane nero come questo nero
Dunque
buio che si fa leggero
 che cede ai primi movimenti
penso sol pensati
non già specchiati fuori
con tensione di mano
palpebra che tremula
qualcos’altro
ma dunque ci si rotola
ci si sposta attraverso
ci si nuota
si vola
? Stavo volando
I cani non volano
Ma io forse volai
e forse volavo in un ieri
in un altrogiórno
in un altroquàndo
e così oggi
in quest’ora che non leggo
quest’oggi che non conosco
pur senza mani io vado
come un amante facendo forza sulle labbra
Allora credo di pensare
l’ombra lunga d’un cane
nero
ombra lunga d’un cane in corsa
lunga perché in corsa
entrambi visti traverso delle sbarre
delle sbarre d’una cancellata
che da memoria antica
di nuovo in questo “qui” riconosco
Solo nero, nero e nero
No
qualcosa si muove
si precisa un dettaglio di tempo
fanciullezza prima ed amata
quando ci si cade e presto ci si rialza
e col tatto viene anche il dolore
(“Anch’io sono caduto, vero?” – “Aggrapparsi alla sua coda? Avevo un aereo in coda, l’aereo di un nemico, non ci si aggrappa alla coda d’un nemico…”)

Aggràppati al dolore
è sacro
come sei sacro
in intimo
tu stesso
Aggràppati al dolore per uscire
ed è prova che sei vivo
al dolore per rientrare
e riemergere a ciò che ti spaventa
perché così questo nero perde consistenza
meglio
non che si faccia giorno, no
svapora via dalla mia pelle
permettendo sempre più larghi i movimenti
L’ombra lunga d’un cane nero
scompare veloce a questa falsa vista
veloce in un sole che taglia il giorno in due
aggrappàt’alla coda d’un cane nero
oltre la cancellata nostra
fra cortile di casa e strad’apèrta
oltre un sole che giallo qui m’appare
nell’albeggiare d’una lampada ad arco
lassù
su quel bianco che pencola
a indicarmi un cielo nuovo ma già visto
No
bianco nient’altro e assoluto
Allora son vivo
in qualchemòdo tutto da scoprire
son vivo
una viva incognita di dolore che pulsa
che pensa
sia per ora tutto benedetto
e “qui cadde Linke-Crawford”
(? era a questo che pensavate ieri)
non ha senso alcuno
solo un segno su carta fra segni
che compagni ora ci fa da nemici
nel terrore sospeso d’un primo muscolo
che sfido adesso al movimento
e nel primo appello dei graffi
di ferite
ossa che dolgono
di vista “ancor-non-messa-al-fuoco”
autocompatimento e sfida
? che ne sapete
voi
cosa significhi e quanto pesi
stare seduti là sul proprio sangue
finché un’ombra di luce
plana a mutarti il campo visivo
aprirti
inducendoti a volger l’occhio
prima
poi il capo tutto
e a levar sommesso suon di voce
fino al trovar conferma altrui al
“Meno male, è vivo”

PRESENTAZIONE di “POESIE INCITANTI all’ODIO SOCIALE”

“Siamo allo scatto finale della gara tra una eterna festa globale ed un mondo che sembra Auschwitz.” (G. Morrison – “Gli invisibili, vol. 1 Rivoluzione invisibile” Ed. Magic Press)

C’è una guerra in corso; anzi ve n’è più d’una – sull’ambiente, lo stato sociale, il signoraggio, ecc. - e chi vuole schierarsi non ha che l’imbarazzo della scelta.
Ma, per come funzionano le società occidentali - cioè le democrazie rappresentative - ce n’è una che vede schierati da una parte gli “umani” (intesi come coloro che tentano di mantenere alto il proprio livello di sensibilità e cultura) e dall’altra quelli che fra gli umani hanno ritenuto di poter fare a meno di perseguire tale obiettivo.
Il problema – drammatico per i primi – è che i secondi sono la maggioranza; e che, in una società appunto democratico-rappresentativa, costoro danno il loro stolto consenso a quanti ci governano, facendoci correre verso l’estinzione.
Io non so percepire se lo scatto finale a cui accennava Morrison sia già iniziato, e se una delle due soluzioni abbia già staccato significativamente l’altra; il ritmo di vita di una società è differente da quello dei singoli individui che la compongono: e come un uomo misura tutto sul suo metro e dunque crede per esempio le montagne eterne, così gli è difficile entrare in sintonia col ritmo di un essere vivente molto più complesso di lui come, appunto, una società.
Ad ogni modo una cesura si è già verificata, come ho appena scritto: ed è quella fra noi ed i subumani che hanno scelto di svendere (per pigrizia o avidità) la loro intelligenza e la loro sensibilità ai programmi idioti dei mass-media e alla restante immondizia che chi ci governa ci propina.
Ciò sarebbe di poco conto se, verso la loro estinzione, non rischiassero di trascinare pure noi.
Noi, beninteso, abbiamo le nostre colpe.
Quasi nessuno di noi si è salvato dal ricevere quell’imprinting monoteista che, nella vita civile, si concretizza ad esempio nella cieca contrapposizione dualistica “destra-sinistra”; né da quello, non meno esiziale, democratico-rappresentativo: che ci porta a credere di non aver ragione, se non riusciamo a convincere almeno il 50,1% di chi ci sta di fronte.
Così possiamo incolparci per questi ultimi sessanta anni, durante i quali le teorie sul degrado ambientale sono state formulate ed esposte, ma non hanno fatto breccia nel cuore e nella mente della maggioranza della nostra società, a causa del nostro stesso modo di porci di fronte ad essa: troppo duro era dover ammettere - gravati dal secondo dei due imprinting - che una richiesta qualitativa non poteva trovare sponda nella quantità.
E quindi, se avessimo diretto in maniera differente, cioè in quantità opposta a quel che abbiamo fatto, le energie spese a propagandare le nostre idee e quelle spese a realizzare i nostri progetti, forse non avremmo risolto le cose avendo qualche probabilità di salvare il Pianeta (e la nostra stirpe); ma di sicuro avremmo esempi e “zattere di salvataggio” in numero molto maggiore che ora, alle quali far riferimento quando questo sistema economico e sociale imploderà.
Come che sia, non è più il momento di pensare “agli altri”; ma “a noi stessi e - avanzando tempo ed energie - agli altri”: dove “agli altri” evidenzia quanti, fra gli altri appunto, hanno ancora la forza per ricongiungersi al loro cuore e alla loro mente. La cesura che porta alla de-evoluzione del genere umano è già iniziata, come ho scritto più sopra; ed è venuto il momento di riappropriarsi della vera Etica, quella calpestata dall’ipocrita buonismo degli ultimi decenni, e di accettare l’idea di doverci sporcare le mani, se vogliamo avere la speranza di sopravvivere. E far sopravvivere con noi quella scintilla che ci ricollega agli Dei, qualunque cosa intendiamo con tale parola.
Compito del Poeta (come di qualsiasi altro Artista) è quello di risvegliare in coloro capaci di ascoltare la sua follia, quel desiderio di devianza dalla morale comune, dai comportamenti imposti dai sondaggi, dai modelli comuni della non-vita di ogni giorno, che solo può mantenerci davvero in vita.
Nei momenti di svolta di una società, è principalmente il deviante che ha la possibilità di salvarsi, imprimendo un nuovo scatto, un nuovo corso, all’evoluzione: è la consapevolezza di questa sua capacità - magari solo inconsciamente percepita - che genera nelle persone non evolute un autentico “terror panico”, dal quale nascono poi le persecuzioni di cui siamo purtroppo spesso testimoni.
Ma – cultura contro ignoranza, sensibilità contro grezzura, diversità contro omologazione – è venuto per chi è ancora Uomo il momento di schierarsi per una “Nuova Resistenza” ad una società ormai cadavere; e che a tale stato pretende di omologare qualunque cosa attorno a sé.

Con l’augurio che quanto scritto in questo libro sia stato di buona lettura ed abbia spinto a buone riflessioni.

“Io non faccio la battaglia alla fame, ma all’idiozia.” (G. Gaber da “La ballata dell’immaginario R.M.,P.B. e altri”, in “Pressione bassa”)

NON SENZA COMPASSIONE

Prima veniva il cane
poi quella vecchia
scavata di terra
ed incarognito il corpo
come grinzoso lo sguardo
nel tempo ostile che le circonda il passo
per ultimo un altro cane era
ma più giovane dell’altro
quasi a segnare traccia alla speranza
Per i poveri già tutto è stabilito
neanche fosse subito sera
Così
così la folgore
in queste sere spaccate
veemente nella sua baldanza d’attimo giovanile
Così le torri di vedetta
in questa terra che sa di sub-deserto
e che a un tiro di vista l’un dall’altra
l’una da quel castello non più d’uso
mute s’interrogano dell’abbandono loro
e ruinanti rimangon dignitose
certe dell’utile esser loro
in secula seculorum
finché uno specchio ci vendichi del tempo

SALITA E DISCESA (o “Diritto e rovescio, II”)

… Quanto al resto
non allungare il passo
oltre ciò che l’occhio vede
il cuor non duole
che il respir sostiene
E tralascia di colpire qui le cose
che tua volontà t’attardano dementi
non lo far qui
attendi invece il quando sei tornat’a casa
ché turberebbe il luogo
tal scarto tuo nel negativo
questo luogo già segnato
da gesti e modi subumani invece
che con rispetto preso invece
t’affratella l’animo ai Più-in-Alto
E cresci bene
batuffolo di quercia disastrato
dall’andare dei viventi altri
che pari a te
pur bramano dover vivere
Cresci piano
come ogni bimbo dovrebbe
perché tu m’insegni
che entro ciascun tronco
sta sicuro ben rinchiuso un qualche dio

UN DELTA A MISURA D’UOMO (con ritagli dalle cronache di quei giorni)

Credetemi
non fu sempre così
come lo vedete ora
non vi confonda la confidenza
di quel bimbo con l’intorno
quel bimbo che in obliquo
tiene alta la volanda
e che con altra obliqua
su dagli occhi
il batterd’àli intercetta degli uccelli
e ne sorride come fosse cosasùa
Non fu sempre così

“Mi svegliarono che ero in mezzo a un sogno, dove negri dai volti protervi spendevano tutti i soldi che mi passavano i miei in cose buone, medicine e giornali.
Da quel risveglio non li fermò il mio sorriso ebete di semianalfabeta, gli uomini in divisa che bussavano forte alla mia porta, né il diploma conferitomi da insegnanti ipocriti nel loro bisogno d’una finta bontà. Fu solo sulle scale di casa che capii che era quello il vero: dalla telecamera che mi puntava il viso.”


“Sentivo crescere il vociare, là fuori; e volevo vedere, ma non potevo: il corpo preso dall’ardore dello spezzatino nel microonde, un occhio e un orecchio affissi a Telepiù.
E nemmeno mi stupii, quando nel riquadro della porta
non si profilò il mio solito marito, ma un soldato che mi disse: “Raccolga la sua roba, signora: fra sei ore dev’essere giù in strada”. Con una voce dolce e ferma che, quella sì, mi stupì: sembrava un film…”


Era morto prima di allora
colui che avrebbero dovuto ascoltare
(uno dei molti
sarebbe giusto precisare)
e tardi, perdìo, ma lo facemmo noi
lo facemmo con metodo
nel pianto delle cose ineluttabili
del cambiare per dover cambiare
e tutto stringemmo in cerchio
meglio tardi che mai
dall’Isola d’Ariano su a Valle Boccavecchia
e poi giù a chiuder tutto

a tirar la rete
meglio che non di pesce altro si trattasse

“Si capiva, da giorni, che c’era in ballo qualcosa: troppi militari, troppa polizia in giro, altro che quelle balle sulle manovre!
Ma i nostri figli li avevano già presi a scuola; così, quando arrivarono per noi, spianai la doppietta, sparai qualche colpo: “Venite a prenderci!”, urlavo.
Non vennero.
Minacciai di uccidere mia moglie e me, allora, di morire in quella casa costruita di frodo, là dove c’erano dune e alberi, la bandiera gagliarda della nostra ignoranza.
Non vennero: dopo tre giorni crollammo per il sonno e la fame.”

“Si capiva da giorni, che c’era in ballo qualcosa…
In quasi duecento ci chiudemmo dentro alla centrale, fedeli a un posto di lavoro che garantiva a tutti una salute di merda e a noi, forse, qualche denaro in più; e l’un l’altro a turno – forti d’alcool e di promesse – ci si diceva: “Che vengano!”.
Non vennero.
I nostri figli li avevano già presi a scuola; e noi, la mattina dopo, passata la ciucca e nel silenzio partecipe dei macchinari, mentre una nebbia ai Colli Euganei piovigginando saliva, ci lasciammo caricare sui camion.”


Furono dieci giorni di caccia senza sangue
di coscienze risvegliate
un minuto dopo il necessario
piccola apocalisse
per abitanti da sempre cullati di bonaccia
e che soltanto ardono d’amor per le palanche
che si fidan tener sempre
la tempesta fuora da la porta
col peso ordinato di due sassi
Giorni di grida e d’imprecare

ma sapevamo bene ciò che volevamo…
Scontri no
non veri scontri
qualche gruppo s’arroccò
anche a lungo
in case sparse a Ca’ Latis

in Valle di Donzella
e anzi alcuni li lasciammo restar là
ché poco danno avrebbero ancor potuto farci
Si ricorda poi d’alcuni giovinastri
avvezzi al vuoto giroandàr
che per molte notti sfidaron nostri blocchi
in sella a smunti motorini
solo per spregio
e voglia di strafare
I nervi al posto giusto
anche alle Tolle evitammo il peggio

“Da giorni si capiva che c’era in ballo qualcosa: allora chiudemmo il lungo rettifilo (parodia di Far West nel sole a picco sul biancore cittadino dell’estate) con barricate di copertoni in fiamme.
“Che vengano!”, l’un l’altro ci si diceva a turno, virili muscoli ostentando, mentre il fumo prudeva bello su mani e su polmoni.
Non vennero.
I nostri ragazzi portati via da scuola, luce, gas e acqua staccati: dopo quattro giorni ci arrendemmo al pianto di giovani e di donne, orfani di televendite, telequiz e reality per evirati a mente e cuore.”


Allora sguinzagliammo via i bulldozer
a rimodellare dune
spianare abusivismi
e seminammo piante
pulimmo canali e spiagge
Quasi subito richiamammo quanti si sapeva
avessero osato di più a favore della Terra
quasi tutti giovani
il cuore gonfio d’ideali
e la nostalgia di perduti o maivissùti sogni
accanto a lor mettemmo uomini nuovi
uomini foresti
ma ai quali amor del sacro
fosse del par che in quei giovani ben vivo
Poi pietà ci prese pei più anziani
quegli che gli occhi ancora tennero
ricolmi dei suoni dei canali

che vivi eran rimasti sol per quelli
della nebbia di valle
del volo della folaga
che a lor prediva il tempo
ché giusto era aprissero quegli occhi
vivi quanto i nostri
fino in fondo a quella terra
e che al fondo del tempo loro
ancora là li chiudesser quieti
dove mai avevano scordato né tradito
E così
così passarono quegli anni
e venti ne occorsero
prima che il mare ritrovasse
l’ombra d’un sorriso
là dove un tempo stava la centrale
Alcune delle famiglie ritornarono
da mente e cuor convinte
a rituffarsi in vita
la piùpàrte si sperse via all’altrove
spesso maldicendo la perdita di cose
che se non per loro avevan senso
e senza capir ciò che in quel luogo
valeva invece pena il coltivare
E alte ricrebbero le piante
più alte che i cementi
eredità di spenti subumani
con gioia dalle ruspe disbrecciata
e grato tornò questo bel Delta
d’acqua dolceamàra
al passo degli uccelli
così come adesso lo vedete
grato al lavoro d’Uomini più veri
e senza paura pronti allo sporcar lor mani
senza scuse di vil democrazia
Uomini che sacri si sanno
nel Tutto
quanto il Tutto

Poesie tratte da
“Poesie incitanti all’odio sociale”,
Novi Ligure (AL), Ed. Puntoacapo 2008