DUE PAROLE SU QUESTA SOTTOSEZIONE

Il termine “fuori catalogo” è nel mio caso improprio;anche ora che ho iniziato ad appoggiarmi a siti di stampa online, la stragrande maggioranza dei miei lavori rimane – a causa delle regole del sistema mercantile, alle quali si è piegato anche l’ambiente letterario – un’autoproduzione: perciò di fatto quasi nessuna delle mie raccolte è introvabile. Chiunque potrebbe quindi chiedermi una copia di queste raccolte - anche uscita chissà quanti anni fa - e riceverla. Fanno eccezione le raccolte (“Non voglio morire a Rovigo”, “L’armadio cromatico”, “Piccola trilogia nera” e “Poesie incitanti all’odio sociale”) che sono state pubblicate in forma ufficiale e che dunque hanno seguito le logiche insite nella vita di un libro; e quelle ristampate nell’Opera Omnia, di cui si dirà più sotto.
Ho comunque scelto (per non complicarmi troppo la vita, visti i miei ritmi di scrittura) di “tenere in vendita” ogni raccolta per tre anni, dopodiché essa passa ufficialmente nel “fuori catalogo”. Segnalo anche il fatto, che tutte le raccolte da me realizzate nella forma dell’autoproduzione, sono a disposizione di qualunque editore che le trovi poeticamente valide; e che operi – vedi la scritta aggiunta in calce all’immagine dell’home page - in maniera virtuosa, cioè nel rispetto dell’autore. Questo fino al momento di essere inserite - a coppie, per comodità mia - nel progetto “Opera Omnia Poetica”, giunto al terzo volume: una volta approdate a questa collana, l’autore ritiene che il lungo lavoro di affinamento al quale ha sottoposto le singole opere sia terminato; e che se non hanno interessato gli “addetti ai lavori” fino ad oggi, va bene lo stessoe chi se ne frega, se l’ambiente è diventato quello che è…

PRESENTAZIONE di “OPERA al NERO”

Diversi anni or sono autopubblicai una raccolta dal titolo “Poesie sparse e senza un ritmo preciso”, che riprendeva un certo metodo di costruzione delle liriche – usato spesso agli inizi del mio percorso poetico – molto vicino alla scrittura automatica; ne risultavano poesie spesso molto lunghe e basate sulla giustapposizione apparentemente casuale di immagini. Le liriche che la componevano erano perlopiù votate alla positività e alla luce. Ho sentito presto il bisogno di “equilibrare” quell’opera con una che (con analogo stile) esaminasse il lato oscuro che tutti noi ci portiamo dietro – e dentro… - come logico non nell’ottica di un rifiuto (atteggiamento monoteistico che assolutamente non m’appartiene), ma in quella dell’accettazione di tale aspetto, di tale componente interiore. E lascio al lettore la libertà di commento sul fatto che questa raccolta è quantitativamente il doppio dell’altra… Tecnicamente essa è stata composta esattamente allo stesso modo: versi scaturiti in maniera pressoché automatica dall’ascolto di numerosi brani musicali, in questo caso di quel genere che viene globalmente classificato come “gotico”; so che questo ragionamento può richiamare certe tecniche Surrealiste: ma chi conosce i miei lavori, sa invece che non mi sono mai rispecchiato in esse. Il risultato formale – basandomi come ho scritto principalmente su immagini scaturite e giustapposte senza un’apparente logica – dovrebbe rispecchiare almeno un po’ le influenze che ebbero su di me, all’inizio della mia carriera, i lavori dei parolieri pop e rock angloamericani degli Anni Settanta.

A tutti coloro che mi seguono e apprezzano i miei lavori, come sempre buona lettura.

da “OPERA al NERO”

SEQUENZA DI CREPUSCOLO (Deserto, esterno giorno)

Non più gelo dentro me
creatura che striscia nel sogno
non ho bisogno di sole né d’amore
per tentarti
Prendimi per mano e ti camminerò l’orizzonte

(Dissolvenza incrociata)

Sembra quasi che piova
i passi sul giaciglio
sono quelli d’un’anima
che ai distratti sembra immota
anche il chiudersi in cerchi del tempo
come un sogno
è un segreto precluso ai più
un segreto senza nome
la cui paura è solo una bugia
La bara e il glicine
sono spalancati nel legno
nel fiore
nel gelo
pronti ad imprigionare
lo scordarsi della verità
non della fede

(Stacco)

La mente è una prigione
lo scopri passo dopo passo
nelle gelide forme spettrali
che pazientano la tua fine
E passo dopo passo
baci le ombre
una ad una
come fosse inverno
addio
scempio di campane a morto

(Dissolvenza incrociata)

(Queste inquadrature scorrono senza parole:
quindi né voce fuori campo
e neppure frasi da te pensate/pronunciate.)

(Dissolvenza incrociata)

No
non aspettarti amicizia quaggiù
filo spinato s’acquatta tutt’attorno
ed il futuro ti osserva
con occhi saggi di rassegnazione
da dietro i muri sbriciolati d’un cortile
le assi d’una porta chiusa
Tutto ciò non ti dà sofferenza
è consolazione di realtà
per la quale val la pena uccidersi
senza vergogna alcuna

(Stacco)

Vieni
benché il cielo sia pieno di sterco
c’è ancora speranza
riposta nelle tasche del viandante
nelle pieghe del respiro
è sabbia dove la voce si posa
come l’elsa d’una spada
e mani, occhi, bocca
se ne riempiono
non sforzarti di capire il senso delle parole
quando le voci sono così lontane

(Stacco)

? Che suono produrrà
infine
la tua caduta
Sarà l’impronta d’un passo più pesante
ultima affermazione
e la line2a dell’orizzonte che si capovolge
staccandosi da essa il cammino
malamente fratturato
che abbiamo percorso insieme
Io ti lascio le mani
né delle tue
né delle mie
ho più bisogno
Il cielo è un’opinione
quando i tuoi occhi sono chiusi
e la sorgente del suono
è di nuovo tutta da costruire
come il senso alle cose
un mattino nuovo che sa d’aria secca…
Ho pianto così tanto
in questo gelo
per mostrarti il tuo destino
e le fiamme che lo custodiscono
Ora sai che non puoi sfuggire
per sempre all’impronta di calce del sogno
che ti sfregia il volto di bellezza
Ora volgi le spalle ai tuoi stessi passi
e vai

(Dissolvenza in grigio)

IMMOBILE DUE VOLTE

Una bugia racchiusa in una stanza
oppure sangue che scorre scuro
dalle vene del sacrificato
non ha importanza
Resto immobile a guardare il pazzo
che si tiene strette le mani
come un nodo scorsoio
canta una canzone d’addio
che rende gli occhi puri come pietre
Nemmeno il mio nome ha più importanza
provo ansietà nel vederti laggiù
nel tuo camminare pareti con lo sguardo
è meglio lasciarsi cadere
piuttosto che abbandonarsi al mentire
così penso
e scopro di non avere più alcuna speranza
Con uno spiedo fitto in gola
il pazzo continua ad urlare
si proclama innocente
e giura di essere ancora bambino
mi chiede di restare
e di fare ancora quel gesto di poco prima
quel battere le mani
stanco ed asettico come lo scorrere del tempo
bava di lumaca
sulle spalle delle persone comuni
? Dov’è nascosto l’errore di una vita
Nuova ansietà cova fra le pieghe del giorno
? è lì l’errore che non riusciamo a cogliere
Immobili
guardiamo negli occhi
il muro in faccia a noi
screziato del nostro sangue
ed è crudele pensare quanto le nostre anime
soffrano questa stasi al nostro posto
La caduta coinvolge tutti
questa è l’unica certezza
e non ha molta importanza se non riusciamo nemmeno
a levare gli occhi di dosso al pazzo

che mi fissa da dentro
in muta attesa
come ogni finestra dai muri della città
spalancata a morte

-----

E li maledico tutti
con occhi d’aquila
immobile al di sopra di questo cielo
cataratta d’emozioni
confusa nei passi cadenzati della notte
così come cade un albero
così cadono le mie parole
al centro della città morta
del punto d’equilibrio
di chi disprezza ciò che è bello
e vuole prendere sempre più
Immobile al centro della città
li guardo morire
i palmi delle mie mani aperti verso l’alto
a sorreggere questa pioggia incostante
incosciente
che rimuove dal selciato
le tracce di chi ha creduto invano
sempre
incessantemente e con gli occhi chiusi
per il timore dello specchio che gli paravo dinanzi
Se mi sarà possibile andare
anch’io avrò qualcuno in cui credere
e la crisi che s’indovina anche sui muri
sui loro manifesti strappati
sarà giunta al suo termine
rosso come un ricordo non mio
La gente si spinge dai ponti
osserva il fiume qui sotto
ma non ha il coraggio d’andar oltre
immobili ai pensieri
come io lo sono alla luce che cambia
sui muri glabri della stanza
che complice racchiude la mia bugia
ed ogni problema genera la sua pena
cerca la sua sposa
nessun rimpianto ne equivale l’abbraccio
? perché quella lacrima
È solo il ghiaccio
che si scioglie sotto i piedi
troppo in fretta per chi s’è pentito d’andare
D’altronde
non è mai stato facile capire
da quale parte fosse l’uscita
e se ci fosse bisogno di una parola d’ordine
non è mai stato facile capire
da quale parte venissero i pensieri
ci chiamasse il destino
si sa solo che il fuoco lascia la cenere
e che essa resta immobile
come il rumore bianco d’una radio
! Ammettilo
Rinchiudersi in queste catacombe
che chiamiamo città
non è stata una buona idea
senza alcunché da fissare negli occhi
se non gli impiccati
che pendono agli angoli delle strade
Così immobili nel disordine
come noi

IPOTESI DI DONO

! Continua a gridare
Contro questa notte fuoco non serve…
Ogni cosa ha il potere
di esprimere in sé un voto
per le strade che seguirai
le forme scelte
premio alla tua infedeltà
tutto ciò brucerà a fondo il tuo fianco
ravvivato dal vento
che esula negazioni a cancellarti
! Dai una possibilità a questo vento
perché stanotte…
(Ho una sorpresa per te: se la tua corsa porta a tradimento, meglio tu non chiuda occhio.
Sono il gemello della vendetta ed è molto ciò che so fare. Perché io non dormo. Da secoli. Ed ho avuto lame d’avorio per amanti.
In questa mia mano porto il dolore della conoscenza, il quale ci afferra la mente da piccoli, ci apre la porta dei suoni; ed è un lampo.
Prima di tutto, se scendi per strada guardati le spalle: non troverai alcun messia al tuo fianco, né consonanza. E riguardo al denaro, per quanto tu ne abbia, preparati a perderlo.
La  porta  si  apre  e  tu  non  sai  perché; e  non
chiedermi quante volte io sia morto…) Non c’è nulla che tu possa fare
perché ti cammino alle spalle
conosci solo la tua debolezza
specchiata nella mia alba
e anche se non hai bisogno
di questi tristi canti opachi
non ti resta scampo
che nell’andare ben aldilà di qui
dove uno stuolo di piccoli insetti
già morto ti si stende ai piedi
? La senti
È una canzone d’amore
(Tu non sfidarmi… Accetti questo fuoco?)

(Tratte dalla raccolta “Opera al nero”
autopubblicata in Rovigo nel 2010)

PRESENTAZIONE di “À LA CARTE”

“À la carte” è prima di tutto un divertimento: la voglia di trattare un argomento “leggero” come la gastronomia e la preparazione del cibo, giocando con le parole secondo le regole (di agglutinazione, di deformazione, dell’uso di termini desueti, o dialettali, o provenienti da lingue straniere) che mi sono dato durante vent’anni e oltre di attività professionale.

Vorrei quasi dire che è solo un divertimento; e in quanto tale, può essere considerato un divertimento anche tentare di mettere in pratica le ricette. Chi è abituato a scontrarsi con teorie filosofiche, commenti pesanti sull’attualità e lo sfascio della società italiana (e occidentale in genere), può tirare il fiato e rilassarsi; e – spero – trovare il modo di concedersi un sorriso grazie a questi versi.

2) - Due semplici modi di preparare il seitan (da “Secondi piatti)

Noi che abitiam del globo
l’Occidua e ormai cadente parte
siam gente strana
ché pur sapendo ciò che fa più bene
(e avendone gran copia)
lo spregiamo per prendere al suo posto
alimenti da esotiche terre partoriti
e che da noi conciati vengon poi
a somiglianza di quei stessi cibi
che con foga asseriamo d’aborrire
nei negozi all’uopo dedicati
(e a prezzi per lo più maligni)
trovansi perciò gli arrosti finti
finte le salsicce
finte le paelle
finti pur’anco i cotechini
Sia come sia
vuolsi così colà dove si fan ‘ste scelte
che il seitan
(ch’altro non è che glutine di grano)
le veci faccia della carne
Pur come il tofu
non è ch’egli di tenore suo
grande abbia il suosapore
così che anche per esso è meglio
l’andare ammodo accompagnato
con altri frutti che la terra dona
E quindi
se vorrai farlo “all’estiva”
(per dir del modo
in cui chiamo questo piatto)
dovrai tagliare la sua informe massa
che senz’aggiunte tu l’avrai comprata
in medi pezzettoni
Più in là
in un tegame al friggere apparato
con poco olio che geme in fuoco basso
alla rinfusa verserai
una cipolla tagliata anch’essa grossolana
(ch’io consiglio essere gialla o
meglio ancor
venir sostituita da scalogno)
copia di quei pomodorini
che al Sud ci s’inventò a forma di ciliegia
e che in due o quattro parti
(alla seconda di grossezza loro)
avrai con cura aperti
scaglie del zenzero più aulente
e ostie di mandorle sottili quali diaspro
E mentre tal mistura s’imbiondisce
riverserai del glutine quei tòcchi
che assieme a lor si mischi
e in fretta s’assapori
Se invece lo vorrai parato
sempre come io dico
“all’autunnale”
credi che tua fatica rimarrà la stessa
e stesso delle azioni il verso
solo che del soffritto cambierai le parti
e mentre la cipolla potrà restar l’istessa
(ma finefìn tritata a fil di mezzaluna)
ad essa aggiungerai uvetta passa
i funghi di stagione
timidi pinoli
di vino secco e bianco un goccio
tanto per rinforzarne il spirto
E come prima
mentre il composto s’ammalgama al calore
il seitan getterai verso il suo fato
con mano esperta mescolando bene
mentre di là
col cuore in mano e la forchetta in resta
gl’invitati in te pronti a fidare
si struggono all’attesa ben’arrotàndo i denti
e mormoranti
se l’orecchio tuo li cogliesse alla sprovvista
“Pape seitan, pape seitan aleppe”

(Tratte da “À la carte”
autopubblicata in Rovigo nel 2011)

DISSERTAZIONE ATTORNO ALLE VERDURE

Che vuoi che io ti dica
? riguardo alle verdure
che contorno ponno far
alle portate queste
Come che hai tu visto
l’è già quasi tutto vegetale
quello che ti consiglio
oppur da esso tratto
o con esso misturato
sì che non vedo qui motivo
di suggerire piatti oltre a quelli
che già per certo sai
e su qualunque tavolo tu trovi
solo consigli
E il primo è che tu ponga mente
delle verdure anche al lor colore
che contrasto deve far
(o accompagnamento a lor
su toni alti o più bassi)
alle vivande in modo tal
che al commensale l’occhio si sollazzi
e nel contempo stesso
il cuore tuo nel sceglier ‘sti colori
messo sia in vista per aver rispetto
poi che tai contorni
per lo più
siano posti nello stesso piatto
che intendon compagnare
così che i colori detti
le forme ai componenti
in uno in uno si possano apprezzare
Altri consigli riguardo alle cotture
sono che la verdura
(se non la vuoi rostita
per tema che l’olio faccia peso)
e neppur la vuoi passata a griglia
non va bollita in acqua
ma cotta sul vapore
Rimembra inoltre
che come qualsivoglia frutta
s’ha da mangiare fuori dalli pasti
così verdura ch’è lasciata cruda
prima se ne vien d’ogni altro piatto
in ogne mensa retta da ragione o
se preferisci tu codesto dire
che un’insalata ben le veci fa
d’un ben rotondo antipàst’intèro
Disprezza poi
per qualsivoglia uso
il pomodor se ancora verde e pigro se ne sta
che nuoce alla lunga alla salute
alla lunga anche all’umore
similamente alla viola melanzana
pur’essa bona ma trista nel colore
e difficil da gestir ne gl’intestini
del resto al pari di cavolo e cipolla
entrambi preziosi per gusto
per enzimi
ma pure fomentatori spesso
d’arie maligne nel corpo di chi mangia
senza scordar che indigeribil son
per chi è normal fra noi
di pomodoro o peperone le cotenne
perciò esse andrian tolte
previo forte bollimento
o abbruciate durante la frittura
sì ch’una mano svelta se le fili via
pria di mangiar quei frutti
entrambi di buon grado
È questo tutto quel che mi sento qui di dirti
e se pur tali piatti vuoi porre sul tuo desco
fallo
e goditi poi fatica tua
come l’è giusto
e come più ti pare e piace

(Tratte da “À la carte”
autopubblicata in Rovigo nel 2011)

3) – Tiramisù alla maniera dei Rizzi d’Arco di Trento (da Breve introduzione ai dessert)

Ma infine infin
qual dolce superbo fra li tanti
un Tiramisù potrai tu loro offrire
di mascarpon fragrante
e pure qui
per farlo d’una fiata un po’ diverso
nuovo consiglio qui ti voglio dare
(che a bassa voce e piano te lo dico
per tema che qualcuno
a Veneta tradizion per ben legato
alti latrati alzi di sconforto
me biasmando a lungo
fin che publica vergogna me non mi travolga…)
e ti ragguaglio dunque
che pure i Savoiardi sui
oltre che ne l’usato caffè
tu li ‘mbeva in qualche buon liquore
di quelli che più sopra dissi
E di questi spiccioli dettagli
fattoti prest’edotto
auguro a te
(e a quanti press’a te vorrai di tuo tenerti)
ad ogni pasto gaia conclusione

(Tratte da “À la carte”
autopubblicata in Rovigo nel 2011)

PRESENTAZIONE di “LA LUCE – LO SPECCHIO”

Questa raccolta fu realizzata (in samizdat, come quasi sempre sono stato costretto a fare) nel 2005; è formata da due parti composte a loro volta da una cinquantina di liriche: per questo motivo (o meglio perché è sconsigliabile far superare ad un opuscolo spillato le 50/60 pagine) esse sono impaginate di solito a coppie per ciascuna pagina, purtroppo a scapito della loro leggibilità.

Le due parti corrispondono ad una serie di poesie che vivono per immagini meditative rivolte all’esterno (“Meditazioni brevi”) e all’interno di chi scrive (“Piccoli paesaggi interiori”); augurandomi, come ovvio, che il lettore le senta anche sue.

Ero intenzionato all’inizio a farle uscire separatamente – sotto i titoli riportati al paragrafo precedente – orientativamente fra il 2003 e il 2005 (le prime liriche datano attorno al 2000); in un secondo momento la loro specularità mi ha suggerito di farne un’opera sola.

Quest’oggi mi son concesso di rapirmi
per una questione di forma delle nubi
segni nel cielo
si potrebbe dire
atti concreti sulla terra
L’ascoltavo con attenzione in core
e ricordo il suo urlo di corda spezzata
ma dentro, dentro…
Un mondo migrante ci guarda
e saluta se stesso in cambio di tempo
svàpora lontano com’un mulinello
falcidiata a secco
l’immagine sbiadita della donna




Brivido in cielo dal fascino del tuono
ed il volo
il volo degli alati è un bisbìglio a salire
Tu scendimi qui giù
beneamata
entrami dentro
e non temere
sento che sto per piovere
Garantisco l’assenza di nebbia dai nostri volti
dalle nostre labbra
ma di più non chiedermi
Anche l’albero si secca come l’uomo
se incontra certe morti
all’uopo inviate




? Dove sei
? Nell’arrotolarsi forse del fuocoserpènte
che s’abbraccia al legno
come di gabbia non sua
? O nel continuo giocarsi d’andare-e-venire
di strada e corriera
Ecco l’arco d’una creatura alata
a tagliarci l’abbrivio che si ha per viaggio
indicarci l’ipotesi di sosta
Si ha dubbio soltanto
su chi si debba ringraziare
per l’invenzione della scala
della corda
di metro e compasso
d’ogni altro strumento al misurarci




Sono fragile cosa
non riempio un’unghia
neanche a respirare forte
e greve un’ala
mi porta messaggio di vendetta
sono pertugio
tramonto
fatica di coltello
zavorra fuori asse
Solo un’ombra stringe quaggiù nel pugno
l’amore di un istante
apre la mano
e ti regala specchio




Ed un cielo spezzato
fratto ma non diviso
ecco
e laggiù lo inspiro finalmente
Non ha
questa casa
muri vivi di formiche
solo pochi fiori di ghiaccio
sono ospiti sui vetri
e fieri specchiano il mio viso
che s’impone sfumato ora
ma appigliato sul futuro

(Dalla prima parte – “Meditazioni brevi”)

Non so di chi sarà stato quel capello
che traccia mi regala in grembo
E cosa mi rimanga di quel “dove” lontano
eterno andare
Un volto bambino
come se ciascuno raggiungerne potesse il senso
con l’occhio chiuso perché inutile
in grazia di sua propria volontà
ed anche se il Tutto se ne resta
ben serrato addentro ad un segreto
È l’ora dei “perché?” più leggeri
del vento che riporta indietro le coscienze
a cantare di nostra primavera
dei piedi nudi sulla terra scalza
l’ultima volta, l’ultima volta
per l’ultima volta
Questo confesso
ché tanto nell’aver fatto ciò
di male non v’è nulla
io mai cercai ragione di perdono
dal sangue da cui scesi
mai
ogni perfetta azione intatta
ma frammentata come punto di partenza
immensa luce
E non chiamarlo “orgoglio”




Puoi
nel tempo
ritrovare e volte e volte uguale
un’usata parte di paesaggio
quel rimorchio rinnovato alla ruggine
abbandonato al campo
laggiù
ed ora casa di vespe
ovile a non so
E l’aereo ad ali spiegate lassù
beato lui in destinato a cadere
Lo sai
fin da bambino prediligevo i relitti




L’uomo laggiù in alto
che si scherma al sole
con mano quas’in gesto di saluto
e tutto torna al muoversi
alla crescita
tappeto di ben pasciute foglie
verdi
fra ciò che “detriti” ci vien di chiamare
È così saldo il corso del mio corpo
questo moto come punto fisso




Uno specchio d’acqua butterato dalla pioggia
come prima
più di prima
l’aria non si scompone
s’infiltra comunque
sparisce perché non indispensabile
alla vita di questi muri
La mia anima mi guarda
e guarda le mie mani
mentre accarezzano me
o un’altra persona
e non mi esiste differenza alcuna




A proposito d’essere liberi
almeno il mutare dei solchi nel terreno
dopo una notte di pioggia
dovrebbe insegnarci qualcosa
E alle volte mi riesce di stare
più alto del volo delle rondini
come chiunque altro può
le ombre per capire dal sorriso

(Dalla seconda parte – “Piccoli paesaggi interiori”)

PRESENTAZIONE di “MOTO in LUOGO”

L’dea di descrivere un luogo - anzi IL luogo dove si vive - attraverso la poesia non è certo nuova, anzi è vecchia come l’Umanità: perché lo scrivere, in qualunque forma, deve comunque rendere l’ambientazione dei luoghi nei quali avvengono le azioni; e perché la poesia è, prima di tutto, strumento di esplorazione nel senso più letterale ed accettato del termine.

Non è del resto nuovo nemmeno il concetto che la poesia sia (anche) una sorta di “radar sonoro” col quale possiamo renderci conto delle caratteristiche di ciò che andiamo scoprendo (o permettiamo, a chi ci legge o ci ascolta, di farlo): né più né meno che i segni di un cartografo su una mappa o le foto prese attraverso un telescopio ci comunicano, di un dato luogo, altre (o le stesse) caratteristiche.

Potrei fermarmi qui. E lasciare a chi - affezionato - mi legge, la cura di scoprire consonanze e dissonanze (o anche debiti) con i molti autori che si sono cimentati prima di me in questo esercizio.

Spero sia interessante sapere, comunque, che il luogo descritto - la casa e le stanze che sono soggetto di quest’opera - non esiste. Vi sono oggetti o particolari che effettivamente si trovano, o si sono trovati, nelle case che ho abitato durante la stesura del libro; ma l’appartamento è frutto di un “collage” di stanze reali esistenti autonomamente altrove, per la descrizione originale delle quali debbo qui ringraziare:

- “Barbs” Vayne Mongarli (dotata scrittrice underground mestrina, con la quale non sono purtroppo più in contatto) per il garage.
- La cara amica (oltreché poetessa di valore) Monica Andreis, per certi locali di disbrigo.
- Adriano Moschioni (conduttore di programmi radiofonici sull’udinese “Radio Onde Furlane”, ai quali a volte partecipai) per la stanza degli ospiti.
- Francesco Tuccia (curatore di fanzine underground) per lo studio.
- Lisa Massei (altra scrittrice underground spesso ospite di fanzine di indubbia caratura come “Out”) per il bagno.
- Mauro Ferrari (che ringrazio anche per aver pubblicato, sul n° 2/06 de “La Clessidra”, la poesia “III - Cucina e sala da pranzo”) per la stanza da letto.

Gli altri locali vengono dalla mia fantasia.

Quanto alla poesia che conclude il lavoro, “Poemetto per la ciabattante madre” apparve - smembrato in quattro parti - all’interno de “Una giornata della vita di Ivano De Nisso”, come “fil rouge” collegante le varie poesie visive che lo componevano. Qui riunito (e con alcuni, inevitabili, aggiustamenti) è un voler rimarcare che una casa è viva ANCHE perché è abitata; ma che un luogo di fantasia può esser abitato da fantasmi. Anche se poi sarebbe interessante discutere su quanto rimanga, pure nei luoghi reali, la presenza di chi li animò. E contemporaneamente è un affettuoso omaggio a mia madre che – per la sua e la mia fortuna – a tutt’oggi fantasma ancor non è…

Questo è tutto; e, come sempre, buona lettura..

Da “MOTO in LUOGO”

I.2) (Ma loro...)

Ma il loro accorgersi di tua presenza invece
del tuo passare
il loro non vederlo
ma percepirlo com'onda d'energia...
La radio che dal tempo impolverata
da tempo tu non tocchi
vecchi dismessi attrezzi
a cui neppure volg'il capo
e che indentro a loro legni e loro ferri
assommano energie di noi viventi
tracce
nel placido fluir de le stagioni
E nel silenzio attendono
seppure stupidi
(come la più parte delle cose usualmente è)
d'in qualche modo interagire
con la tua vita
li tuoi gesti
e come accade a te
giorno dopo giorno
aggrapparsi all'ipotesi di vivere, vivere, vivere...

III.4) – Della disposizione di un nuovo punto luce (con le considerazioni che tale scelta fa nascere)

Tu ben conosci questa stanza
e la sua luce
da centro di soffitto calda
(che ben s’oppone al chiarore artificiale, quand’entra luce
dalla finestra in fronte)
e così ti chiedi come e se sia giusto
dove
il ritagliare apèrt’agl’òcchi nuovazòna
grazie ad una lampada
nuova ed atta alla bisogna
Soppesi nella mente il punto
non come a caso ma per il risultato…
Nell’angolo che vuoto sta
perso fra due mobili cordiali
sarebbe ovvio
ma d’utilitate poca o punto
uno stelo che da terra s’alzi
a sorregger globo luminoso
che pèndulo si sporga poi
curioso della vita della stanza
Così sprecata sarebbe pur tal fonte
se presso la finestra posta
ché la fredda luce dall’esterno
facile ragion n’avrebbe quasi sempre
e d’inutile rinforzo alla luce che
calda
dal centro del soffitto scende
ella così sarìa
Sola ragione esser potrebbe lì
avere luce in alto
nel mentre che seduto quieto
nella poltrona neppure tanto antica
tu a leggere t’en stai
ma qui allor ragion farsi dovrebbe
se logico avere stelo su da suolo
o meglio incasso alla parete
per altra pendenza di luce dal soffitto
O ancora spazio prepararle sul tavolinetto
nel mobile pei libri
ed in tali casi qual foggia
colore
materiale
esser più consoni al gusto di tal basi
Senza scordare soprattutto
a cosa l’aggiunta di quel lume
risalto faccia guadagnare nell’ambiente
e se convenga
nuova inclinazion donando a certi oggetti
piuttosto che a degli altri
nuovi riflessi via creando
ai vetri
alle pareti…

VII.1)  Ode ai sanitari

Rende edotto del sonno
il bianco
ma soprattutto del vuoto ch’è in tutti noi
quando si compiono funzioni
rese banali dalla bugia del quietovìvere
Loro posati furon lì
nella stessa logica sequenza
che si presume abbiano
le nostre azioni in certe ambasce
Sol qualche scarto
vezzo di progettista
o carità del caso
di misure di risulta
ne modifica la serie
rimescolando un po’ le carte
alle nostre mani e ai nostri corti passi
quando si va d’altri nella casa
Ma è tutto bianco
quello che trovi attorno
nitore compiaciuto e ipotesi di sonno
che caccia avanti lo sbadiglio
in fronte dello specchio
spietato quando che sei in mutande
nell’istante prima di cedere alla notte
di affrontare il giorno
pur ben sapendoti
come per l’una pur per l’altro
tutt’affatto che spavaldo
Confina con quel bianco
anzi n’è giusto complemento
la lucentezza che spesso
sopravvive al lungo uso
e che t’invita al tocco
allo scorrer soddisfatto della mano
come quando sfiori la tua pelle
con dopobarba di carezz’ardita
strigli le gengive
con ricca pasta dentifricia
Forse anch’essi
i quieti sanitari
sorridono in cuor loro
quando che di robuste polveri
li aspergi e li massaggi
ma molto dentro ti riman di dubbio
(per quel color di bianco
che di sonno coltre porta
patina sì lieve
che rimanda ogni avventura che sognavi
e rondine sul filo ti fa stare)
se miri una piastrella
cercandovi una macchia comm’ per curiosità
o in cura quotidiana studi
se d’uno scarico l’endemica crostura
Così torpidi essi stanno
privi di quel carattere deciso
che dona lustro a mobili più opìmi
a librerie
armadi antichi
a tavoli e comò
son lì quasi per caso
pensi
inevitabili come d’un famiglio la livrea
che rimane là
appesa ad una sedia
l’impronta che lasci per le scale
in un giorno da pioggia poco asciutto
non c’è superbia d’un cesso come trono
E se in futuro tu li cambierai
fessi per ventura
o consunti infine all’uso
nulla
tu pensi
cambia in questa stanza
che utili sol sono
come carriola, vanga o brunitoio
e pur se necessari anche
privi di sentir bisogno
tu pensi
d’un ornamento di bellezza glabra
che lustro di sfinge
doni lor nel tempo
Eppure
“non ti curar di lor, ma guarda e passa”
tu non puoi dire
senza tema di sentirti perso
sciocco come peso
e con la vita fatta un po’ più amara
Dunque…

(Tratte dalla raccolta “Moto in luogo”,
autopubblicata in Rovigo nel 2007)

ALCUNE CONSIDERAZIONI su
“PENSIERI SOVRAPPOSTI E SENZA UN RITMO PRECISO”

Chi segue il mio percorso poetico, sa che mi sono avvicinato alla poesia più attraverso le liriche degli autori rock e pop anglo-americani, che rifacendomi a qualche autore italiano precedente o contemporaneo.

Ciò significò anche – durante i primi anni della mia attività – che sviluppai una tecnica che spesso si rifaceva alla versificazione di autori come Anderson, Hammill, Gabriel, Dylan, Cohen e Morrison; i quali, a loro volta, avevano fatte proprie le ricette di poeti anglosassoni o americani, quali Burns, Yeats, Elliott e Pound, oltre che degli autori della Beat Generation. Per conseguenza molte delle mie prime poesie presentavano un assemblaggio dei versi che segue certe regole, come il prevalente uso di immagini e la loro giustapposizione secondo un nesso almeno in apparenza casuale; era spesso usata, inoltre, la costruzione ottativa della frase.

Tali riferimenti non si trovano – o almeno non si trovavano, visto il continuo lavoro di limatura e di ricostruzione operato sulle liriche di più antica stesura, come si evince dai primi volumi di “Opera Omnia Poetica” – in singole raccolte, ma in molte delle liriche che le componevano.

Dopo le sperimentazioni che sconvolsero l’impianto sintattico-grammaticale di “Luoghi accettati” – e che si sono riverberate a lungo sulle successive raccolte, come pure su quelle precedenti, riviste dagli Anni Novanta in poi – decisi di riprendere in mano questa forma costruttiva (che io chiamo, per come viene generata, “semi-automatica”) lavorando su due raccolte, analoghe nella forma ma speculari nel contenuto: “Pensieri sovrapposti senza un ritmo preciso” e “Opera al nero”.

…delle ragioni profonde dell’amore

Immagino tue ciglia rimaste là fuori la finestra
come un annuncio che venga di lontano
creder mi piace
che spalle tu non mi volterai alla porta
tu figlia di stranezza
da rimaner io boccasìapèrta
in faccia a questo tuo sogno sospinto dalle mani
I miei occhi non disdegnano attenzione
ovunque nasca l’obliquità di un canto
io che dovunque trovo
per me
mèsse di sguardi
Affronta dunque il volo dalla tua finestra
verso qualsiasi altra porta attiri la tua mente
qualsiasi altra ombra
come tu fossi vapor di nebbia ‘ncontr’al cielo
ma non mi dimandar quali pensieri abbia
chi all’orizzonte pone mente
dal distaccato isolato accanto
Immagino lo scriver lettera ammezzo a fili d’erba
lo nuotar per miglia
osservare un tramonto schermato dagli occhiali
? ma che altro vale fare
Non son sicuro sia tu così tranquilla
dietro le lacrime che quest’Aprile
non ci farà contare
? Che altro noi possiamo fare
Ho pregato come un folle
fino a consumare la suola alle mie scarpe
ed un sorriso fa crescere i peccati
quando non è ricambiato
loro che ti bevono ogni fiato
mentre tu ti sfasci l’ali
contro lo specchio dell’anima tua propria
Dai
entra nella mia stanza
so che non sei cattiva
al contrario di quello che gli altri
presuppongono di sapere
Ti ho benedetta come un pazzo
malgrado non ci fosse più tempo
Nessun’altra novità da qui
per il resto
solo il sole che si alza all’alba
e vibra la sua luce come un’ascia si di me
come un’ansia su di te
ma è un gioco che anch’io so fare
se solo faccio barriera di parole
contro il vile nonsentìre altrui
Quel che mi è più difficile
è voltare le spalle alla polvere
prendere a calci la mia famiglia
sforzarmi di capirmi libero
perché attorno a me si muore
Quando apro gli occhi per guardarmi intorno
scopro che solo il suolo esiste
evocato da trucchi di cantina
tanto da rimanermi come un lascito dappoco
sì che m’alzo per viaggiare a te
raccogliendo dall’inbàsso stelle
come se fossero polvere di strada
(…ma col tuo amore, solo col tuo amore…)
…fìdati del volo che ti dan le ali
e potrai accostare il viso alla mia porta
Ricordo le altre volte che rimanesti qui
ed il sonno che ci traversava lento
qualunque sonno era “cosabuòna”
finalmente
così che ci si lasciava andare
con un addio agli occhi
e ad ogni altro strumento di misura…
Le spalle strette inchiodate al muro
e gli occhi fissi invece oggi
a indovinare la prossima tua mossa
e i nostri pensieri che ondeggiano lenti
come già fecero in un’alba andata
sul colore del cielo ancora in stallo
Per fortuna sapevo d’esser buono
e dio stava guardando altrove
Poi iniziavi a muoverti in silenzio
e io a spiarti in modo circospetto
per entrambi gli occhi beneapérti
a dare impressione di traguardar lontano
e ci si perdeva tutt’un tratto
fra i passi altrui e le sembianze altre
delle persone che si sapeva oneste
tornando a nostrestànze
e al loro velo nervoso di foschie
all’affacciarsi cauto da finestre
all’origliare imaginoso dietr’a porta
Bambini di fine estate come per i saldi
e raggruppati in gruppo sott’a croce
giocavano un destino
con lunghi chiodi rugginosi e opachi
molti io ne baciai in tale giorno
senzavergògna tagliando via la strada
e senza ricordarmi di alcun nome
se non delle ragioni profonde dell’amore

Due anni di tempo

C’è una stella sul filo d’orizzonte
laddove il tempo si ferma a pianger pioggia
ed il sole spazio n’have
per un poco
a rinsecchir di contro il cielo
ma dammi due anni di tempo
uno per me e uno per te
così che ci si trovi il modo
di tenersi a mano
Ci deve essere una via per scoprire
dove giace l’altra metà di noi
e come raccoglierla poi fra queste mani
Una cascata non sa cambiarsi traccia
ma ci regala momenti d’attenzione
a misurar qualcosa che è simile alle ore
Perciò dammi due anni di tempo
e ti saprò incontrarti entro un domani
appenderò sentimenti alla finestra
per darti modo di leggere un segnale
e cambiarci in tempo il tempo della vita
La felicità passeggia per le strade di periferia
sulle trame che le vite hanno lasciato ieri
e nessuno conosce cosa lei abbia inteso
parlando dentro se stessa
di un qualchecòsa di “color saggezza”
è già forse mille miglia là lontana
a fissar di nuovo gli occhi dentro l’alba
o a dormirli chiusi in fondomàre
E quando senti che il tuo parvo mondo
più non ti lascia andare
dammi due anni di quel tempo
e qualunque vita noi s’abbia mai giocato
mai si sarà ridotta a diaccio pianto
e questo in grazia al solo tuo sentire

Meditazioni su suono e silenzio

Le vesti che tenevo strette in mano
mi scivolarono nell’oscurità
(questione di un attimo
credo)
mentre osservavo come onde
ogni mio suono farsi suono
ed allontanarsi in silenzio
i pensieri degli altri
sibilarono quiete espressioni
nel vento accanto a me
Sia benedetta questa polvere
ogniqualvolta non ho luogo a posare la mia mano
In certi giorni puoi udire
il suono delle foglie che cadono
come pensieri che cadono
silenziosi
Non v’è piacere nel rimanere soli
nel contarsi certezze
quando sotto il tappeto di foglie cadute
come unghie
cresce gelo per assenza di tracce d’erba
La sorpresa dell’amore
sta riflessa sui molti cuscini
che ogni uomo ha toccato
io ne sono l’onda
e ciò non produce alcun suono
alcuna ipotesi di lamento
sulla quale fare assegnamento per giocare
nascondersi
alcuna ipotesi diritta come strada
dove fermarsi in attesa del biglietto
per il ritorno dentro casa
dentro una stanza
dentro se stessi
Dalla finestra abbracci
ad ante spalancate
un mondo freddo come neve
solido ma sperduto come neve
dove trovare inciampi è facile
come raccogliere uno sguardo
ma senza alcun rumore
nel silenzio d’un vento ormai rappreso
appunto