Non avendo grande dimestichezza con la prosa, raramente mi son provato a scrivere racconti, oltretutto non sentendone granché l’urgenza; poco più che un passatempo, insomma. Per questo sono così pochi, con l’eccezione di quattro o cinque storie brevi (sotto forma di parodia di fiabe) uscite una decina d’anni fa, su un libretto realizzato per “Abastor” di Fabio Casagrande-Napolin: una fanzine trash che ha appena chiuso i battenti solo qualche mese fa; il titolo dell’intera operazione, che coinvolse una dozzina di soggetti gravitanti attorno all’Arte Postale e comunque fuori dal mercato editoriale, era – se non ricordo male – “Cappuccetto Rosso e le altre ragazze del mucchio”.

Anche se potrei scriverne un’infinità, considerando tantissime poesie come altrettanti soggetti dai quali dipanare qualcosa scritto in questa forma, lo scarso interesse che nutro per il genere e la casualità di questa produzione non mi hanno mai fatto pensare ad organizzare un lavoro organico, che possa portare ad un’altrettanto organica uscita editoriale. Ad ogni modo i racconti sono qui, per chi li voglia leggere; e la fanzine “Out” me ne ha già ospitato qualcuno, anche sull’ultimo “Deluxe”, uscito per la “Cagliostro E-Press”.

UN GRAN BEL COLPO D’OCCHIO

Ho sempre avuto un debole per i viadotti; in senso estetico, intendo, soprattutto quando viaggio in autostrada. Sono sicuro che i progettisti non ci hanno pensato, ma spesso e volentieri ti regalano dei paesaggi stupendi.

Più di tutti mi piacciono quelli che iniziano all’uscita di una galleria: già quando se ne sbuca fuori, su qualsiasi strada, ti si allarga il cuore; specie a chi – come me – soffre di una leggera forma di claustrofobia: beh, con un viadotto subito dopo è meglio, molto meglio.Purtroppo non ci si può fermare, chiaro, ma se non devo proprio andare di fretta, quasi sempre rallento un po’, specie su quelli che valicano gli Appennini; e se qualcuno dietro prende a strombazzare, che si fotta…

Ho girato tutta l’Europa, ne ho visti migliaia; e in Italia quelli che mi son piaciuti di più, sono i due che stannosulla SS 647, quando si va verso Campobasso lungo il Biferno. C’è unrapporto odio-amore nei loro confronti, perché da un certo punto di vista sono un cazzotto negli occhi, un insulto alla tutela del paesaggio, come solo da noi può succedere: però due viadotti che si snodano per chilometri, in parte piantati in mezzo a unlago (quello artificiale di Guardialfiera), non ti lasciano indifferente.

Molto affezionato sono anche a certi altri, magari corti ma che ti aprono uno squarcio particolare su certe vallate a mezza costa,come quelle che punteggiano la costiera ligure. Ci vedi all’inizio solo il bosco che ne ricopre i versanti,giù fino alle vallate sottostanti; e quando ne hai visti dieci, venti di scorci così, mentre si percorre l’autostrada che da La Spezia va a Ventimiglia, quella vista può lasciarti alla fine indifferente; però a un certo punto noti un gruppetto di case, una masseria abbarbicata su quei pendii, che davvero ti vien da pensare che solo a dorso d’asino si riesca ad arrivarci; ma non puoi fare a meno di notare come sia perfettamente inserita nel paesaggio: per dov’è messa e per com’è fatta, a cominciare dai materiali.

Allora – mentre rallento e rischio lo strabismo, perché con un occhio devo seguire la strada, mentre con l’altro tento di tenermi dentro quell’immagine più tempo possibile – prima penso che mi piacerebbe abitare in quella casa, poi che in quel punto della Terra sembra che ce l’abbia voluta mettere la mano di Dio; e poi che gli ingegneri che hanno cementificato e asfaltato mezza Italia, devono essere dei coglioni: come ho appena scritto, non possono aver pensato “adesso il viadotto lo piazzo proprio così, a quell’altezza, in modo che quelle case si vedano al meglio”, devono esserci riusciti solo per caso.

Adesso ci sto camminando, su uno di questi viadotti che da Roncobilaccio vanno verso Firenze, ho la mia pettorina catarifrangente addosso e ho lasciato l’auto come se fosse in panne appena prima del suo inizio, ma senza i blink accesi: non voglio che qualcuno pensi che ho bisogno di una mano. Vero che gli italiani sono un popolo di ebeti, tanto che non si fermerebbero nemmeno se ci stessi stuprando un bambino, su questo viadotto, ma non si sa mai.

Su Internet c’è il sapere del mondo: in neanche mezza giornata ho trovato tutto quel che si deve conoscere – a cominciare da lunghezza e diametro della corda, in rapporto al peso corporeo – per impiccarsi a regola d’arte; anche come fare e posizionare il nodo scorsoio, perché ti rompa l’osso del collo al primo strappo: che l’idea di crepare strozzandomi il respiro poco a poco, mi dà un po’ fastidio. E cammino e penso al gran colpo d’occhio che ne verrà a chi, dal fondovalle però, vedrà il mio corpo nero immobile, come un filo a piombo proprio al centro della campata. È quasi il tramonto, ci sarà anche la luce giusta.

STORIA DI FRA UN PO’ DI TEMPO

Io sono convinto che ci si abitua a tutto, col tempo non ci si fa più caso e tutto sembra normale: come se ci fosse sempre stato.

Così io lo so, o meglio lo sento, questo paesino già povero di gente non era tanto deserto, tempo fa (qualche settimana? qualche mese? qualche anno?); eppure nessuno sembra farci caso ed anch’io ho l’impressione di abituarmi all’idea.

E apparentemente non c’è niente di mutato, nel paesaggio attorno: solo le case che, anche se sono in buono stato come prima, ora ti accorgi da un non so che, che pare non ci viva nessuno. E le poche persone che incontri per strada, fanno fatica anche a salutarti. Pare che continuino a vivere, ma solo per se stesse.

Poi – almeno a me – capita di vedere cose strane.

Due mattine fa tiro su la persiana di camera mia e vedo, sui campi qua dietro, una specie di piccolo dirigibile, che evoluisce in modo strano. Era fatto come un dirigibile, appunto, ma sarà stato lungo non più di una ventina di metri; e l’involucro era mezzo di plastica bianca e lucida, l’altra metà tutto sfinestrato e trasparente, come il cellophane di certi pacchetti di alimentari.

Dalle manovre che faceva si capiva che era in difficoltà: perché andava di qua e di là, ma con dei cambi di direzione che nessuno se li sognerebbe, in un veicolo del genere; e poi non riusciva ad alzarsi di più che qualche decina di metri dal suolo. Alla fine, quando ormai era vicinissimo a terra ed era chiaro che non poteva più farcela, è andato giù pian piano, negli ultimi metri, ondeggiando come una foglia secca; e, all’ultimo momento, tutte le parti si sono ripiegate su se stesse, fino a far venir fuori una struttura simile a quel marchingegno, il LEM, che nel 1969 scese sulla Luna.

Una volta che si era piantato così goffamente al suolo – e finalmente facendo un po’ di rumore – si apre un portello in alto e se ne esce un tizio, in tuta lucida, una via di mezzo fra quella di un pilota e quella di un motociclista, anch’essa bianchissima; si toglie il casco e appare una faccia giovanile e sorridente. Lui mi guarda e mi fa, scendendo la scaletta: “Beh certo, è un po’ da perfezionare… Non è così facile tenerlo su, ancora.”

E io: “Ma come fa a farlo muovere così?”

Quello mi fa cenno di seguirlo, sempre con quel sorriso aperto e rassicurante: “Se vuole saperlo, mi venga pure dietro: il laboratorio è proprio là in fondo.”

Lo accompagno e arriviamo dopo qualche centinaio di metri a un parallelepipedo basso e bianchissimo costruito quasi sotto l’argine del fiume che passa per di qua: un laboratorio non grande ma pieno di sale pulitissime e vuote di gente, solo computer e tantissima luce. Dentro ci si muoveva solo uno scienziato (lo si capiva dal camice), un uomo anziano basso di statura e con tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante.

Cortesissimo, mi ha spiegato diverse cose; ma che io sia dannato se me le rammento.

E poi, chi se lo ricordava che lì c’era un laboratorio per esperimenti di aeronautica? A me sembrava che fino al giorno (alla settimana? al mese?) prima, ci fosse una vecchia porcilaia.

Ma farò l’abitudine anche a questo. Come al paese ormai deserto, la maggior parte andata via - o forse morta? non so perché, ma ho l’impressione che in molti siano morti - con le botteghe vuote, ancora con i generi in vendita esposti alle vetrine e non un granello di polvere. Le poche persone che t’incontrano per strada e ti passano via senza dirti niente, anche se ti guardano, se ci guardiamo.

Curvi e affaticati, perlopiù. Forse anch’io appaio curvo e affaticato. Ma non abbiamo nulla da dirci.

Tornando indietro da quel laboratorio, son passato davanti ad una delle poche case ancora abitate. Ci vive una vecchia, è una delle poche persone che ancora parla un po’, almeno con me.

È un’anziana, appunto: una di quelle vecchiette sempre attive, non molto alta, vestita quasi sempre di bianco - o se no, di chiaro - tanti capelli bianchi, un sorriso aperto e rassicurante; quando la incontro mi viene in mente la nonna dei cartoni animati che in casa ha Titti.

Salgo da lei e parliamo un po’, mi mostra le sue piante, che cura con grandissima attenzione; confesso che ce ne sono di strane, che non mi ricordo di aver mai visto; del resto gliene avevo appunto portate un paio, che avevo raccolto tornandomene da quel laboratorio; e non chiedetemi perché erano strane: in fondo erano solo piccoline, con qualche fogliolina verde, impolverate; malridotte come se avessero avuto poca acqua. Ma, onestamente, io le sentivo strane, come se nemmeno quelle le avessi mai viste prima.

La signora mi ha offerto un the, mentre si parlava, mi ha ringraziato molto per quelle due piantine, che adesso – mi diceva – stanno crescendo una meraviglia; poi mi ha congedato, sempre con quell’amabile sorriso aperto.

Sono tornato a casa – che poi è poco più in là, dall’altra parte della strada – in questa giornata di sole, nessuna persona in giro; nessun’auto, nessuna bicicletta.

Nessun rumore nemmeno dal viadotto dell’autostrada a un paio di chilometri da qui; e sì che giurerei che una volta il traffico si sentisse di continuo, specie quando il vento soffiava da quella direzione.

Da quanto tempo (un giorno? una settimana? un mese? anni? da sempre?) sarà così, ormai? Non importa; ci farò l’abitudine.

NEUTRO E IMPOSSIBILE

Adesso sono qui. Da un po’ di tempo sono qui, per la verità.

A proposito di tempo, qui ti fanno perdere il senso anche di quello.

Non è necessariamente un male: capisci così che in fondo il tempo è una faccenda personale; ho imparato a usare i battiti del mio cuore, il numero dei respiri, per contare il tempo.

Qui fanno perdere il senso a molte cose: ai ricordi, tanto per cominciare; o ai colori. Cioè, ci provano: che ci riescano o no, dipende da te.

Oggi ho riso tanto; ho riso tanto e loro non capivano.

Tutto bianco: bianco attorno, vestito di bianco su un letto bianco. E gli uomini che vanno e vengono – a numero di battiti del cuore o di respiri precisi – anche loro sempre vestiti di bianco.

Questa notte urlavo in silenzio, urlavo dentro tutta la mia rabbia per il tempo marcito qui, strappato alle mie cose care, alle cose alle quali tenevo e inchiodato a questo luogo neutro, urlavo a Dio, urlavo all’Universo tutto. Urlavo dentro di me quelle storie che ti raccontano da bambino sull’angelo custode, su quei santi che affrontavano pericoli orrendi e venivano regolarmente salvati da un angelo, appunto, dall’intervento di Dio.

Oggi ho riso tanto.

Vaglielo a spiegare, a quegli schifosi tutti vestiti di bianco, come sia possibile che a un uomo da quattro giorni con la camicia di forza addosso, compaia lungo tutto il corpo una striscia color verde speranza…

NEL BAGNO

Ho acquistato da alcuni anni una casetta in piena campagna, quattro stanze più un piccolo bagno e garage, senza nessuno nelle vicinanze, carinissima, appena sufficiente per le necessità di quel single che sono.

Perciò voi adesso state già pensando a chissà quali orribili storie di solitudine invernale, con la nebbia ed il buio, e i gufi che lanciano i loro lamenti nel più puro e banale stile gotico; oppure, visto il titolo, che dal sifone del water strisci fuori qualcosa di immondo, come in “Quello che uscì dalle fogne di Chicago”, chi si ricorda di certi vecchi classici di “Urania”? No, niente di tutto questo.

E’ solo che in bagno ciascuno di noi ci passa certi tempi “morti” (scusate lo humor nero involontario), e già che è lì unisce l’utile al dilettevole; non serve che vi faccia l’elenco dei passatempi inventati dalla mente umana e dai gusti dei singoli, per far scorrere quei minuti: per quel che mi riguarda – e ammesso che la cosa possa interessarvi – io mi limito ad osservare. Cioè, semplicemente sto lì seduto e mi guardo attorno, guardo fuori da uno spiraglio della finestra e vedo una striscia del campo a fianco, che cambia colore con le stagioni; o, più spesso, guardo i particolari della stanza: lo stato dei muri, se è ora di dare una pulita al lavandino o alla doccia, e così via.

Beh, lo so che l’avrete sentito dire già un’ira di dio di volte, ma le cose più nascoste sono quelle messe meglio in vista.

Il pavimento del mio bagno è di piastrelle, come penso sia la maggior parte dei bagni di tutto il mondo; non sono quadrate, ma rettangolari - come dei mattoncini, quanto a dimensioni - e sono nere con dei guizzi di smalto rosso che a me han fatto pensare subito a delle fiamme.

Però non ci ho mai trovato niente di inquietante, in questo, finché qualcos’altro non ha attirato la mia attenzione: in mezzo a quelle “fiamme”, in una piastrella c’era una faccia. Ho guardato e riguardato, ma davvero era la faccia smagrita di un uomo, disperata e perciò contorta nei lineamenti; poi - guarda e riguarda - eccone un’altra, tre piastrelle più a destra: poco più di un cranio, coi suoi bei buchi per le orbite e la bocca. E un’altra ancora, questa di profilo, su una delle piastrelle della fila di fondo alla parete, forse una donna dall’ampia capigliatura e con la bocca dilatata in un urlo. Alla fine ne ho contate diciannove.

A poco a poco, l’angoscia m’è cresciuta dentro; ed ora, davvero, non so cosa fare. Non faccio altro, ormai, che pensare e ripensare a come possano essere finite lì in quei pochi centimetri quadrati di ceramica; e a come tirarle fuori.

Per la prima cosa ho le idee ormai abbastanza chiare: il fuoco e l’anima, che è spirito, ovvero un qualcosa di sottile ma molto vicino al fuoco. Mi immagino il gran caldo del forno di cottura della fabbrica, il fuoco che si riflette sulla massa non del tutto solidificata delle piastrelle, anime che vagano – sono dappertutto, mica solo all’inferno o in paradiso – e che da quel fuoco, da quel calore sono attirate, come da un vortice che attira e giù risucchia ciò che di leggero v’è alla superficie dell’acqua. Anime che, attirate e trascinate da quel vortice, incapaci per un attimo di reagire, si sono trovate imprigionate in quella vischiosità; e che poi, fissate in un muto grido di dolore, altro non possono fare che fissarci nell’attesa di un aiuto.

Ma davvero, non so cosa fare, né per loro né per levarmi dall’angoscia che la loro vista mi dà, che mi sta facendo diventare insopportabili quei cinque minuti che almeno una volta al giorno mi capita di passar là dentro.

La cosa più ovvia e immediata che ho pensato sarebbe romperle: ma basterebbe, o non farebbe altro che aggiungere dolore a dolore? Oltretutto le piastrelle sono cementate al solaio, dovrei comunque svellerle ammesso che, così spezzata nell’immagine, l’anima riesca a liberarsi. Anche raschiare la superficie fino a cancellarle, non so se servirebbe: sarebbe più o meno la stessa cosa, l’anima riuscirebbe a ricomporsi, dopo? Senza contare, anche qui, il dolore, ancora peggiore che un colpo secco, provate voi a passarvi della carta vetrata sulla faccia, non so se rendo l’idea.

Non so. Fuoco contro fuoco. Riportare le piastrelle ad una temperatura che le fluidifichi di nuovo. Dovrei dare fuoco alla casa?

MARIANNA AL BIVIO

La città era un brivido di gelo; nient’altro.

Non sapeva come fosse finita lì, in quella stazione nella quale aveva passato la nottata, scossa dal rotolare cadenzato dei treni alle sue spalle; ma in quella circostanza contava poco. Tanto non si sarebbe potuta permettere un albergo; tanto, non era venuta per restare. Uscì ad affrontare le strade di periferia e la neve sovrana che le ricopriva di calma uniforme.

Della notte ricordava poco, e oltretutto di ricordare le importava meno; nessun sogno particolare, il rumore dei treni che ogni tanto la faceva riemergere, quasi naufraga, alla superficie del sonno; aveva avuto la certezza che qualcuno (più d’uno: extracomunitari? tossici? barboni?) ogni tanto le si fosse avvicinato. Aveva confidato nel mazzo di chiavi stretto fra le nocche della destra, le loro punte sporgenti in fuori come un tirapugni: ma non era accaduto nulla.

Ad ogni modo i pensieri non l’avevano abbandonata, nemmeno in quel sonno agitato. Scappare di casa a sedici anni per andare ad una festa in una città straniera? Strafarsi di alcool e chissà che altro con un paio di amiche? No, non l’avrebbe fatto, se non fosse stata certa che ci sarebbe stato “lui”: lui che sapeva di angelo caduto nel modo di vestirsi, di muoversi e di guardare; che aveva incontrato per caso e che l’aveva lasciata con una promessa; lui che le ricordava i suoi sogni ad occhi aperti, in faccia alla copertina di qualche CD.

Lui che, durante quella festa, l’aveva solo salutata e stretta in un abbraccio di circostanza, per dedicarsi subito ad un’altra.

Ed adesso, perché aveva quei due segni sul viso, quei due lividi di cui nulla ricordava? Era così normale avanzare in mezzo alla neve di quelle strade viste prima solo di sfuggita, con indosso un giubbotto che non ricordava suo, e sotto il leggero vestito della sera di festa, pizzi e plastica nera?

Si tastò quei due segni e, mentre continuava a camminare verso nessundóve, ebbe come un capogiro, una vertigine, un ritorcersi in negativo del paesaggio attorno: il nero per il bianco e viceversa.

E allora abbassò gli occhi e la vide, emergente dal nigrore che segnava la strada, come un relitto mezz’impaltato nel fango del fondo di una palude: carne aperta da coltello, i due lividi sul viso ben noto da cui nasceva una domanda.

“E’ questo il mio destino?”
“Forse.” – Le mormorò la voce dentro.
“Forse non è una risposta: è né sì né no, né carne né pesce.”
“E’ vero; però è in questo modo che stanno le tue cose. Tutti voi scegliete senza accorgervene: siete ogni momento di fronte a dei bivi, le direzioni sono preordinate, ma la scelta è libera; e c’è sempre una scelta. Questo è uno di quei momenti, così rari ormai per voi umani (in epoche andate non era così), nei quali è possibile rendersi conto delle conseguenze di tali scelte.”
“E chi dovrei ringraziare per questo?”

“Non ti è concesso, per ora, di sapere.”

Provò con qualche altra domanda, ma la voce le si era taciuta. Ai suoi piedi solo la carcassa di un grosso topo, il ventre squarciato e svuotato dagli artigli di un qualche predatore; attorno i colori erano tornati naturali, dominante di bianco nei rumori attutiti delle rare automobili, nelle sue ossa che tremavano a ritmo col gelo mattutino. La stazione da una parte, la città dall’altra.

Marianna si guardò intorno e scelse la direzione.

BRUNO

Bruno: sinonimo di “antipatico”.

Cioè, Bruno (il tizio che da un paio d’anni è venuto ad abitare nell’appartamento di sotto al mio) mi sta proprio antipatico; e non solo a me, ma a tutto il condominio.

Non è né bello né brutto, ha un fisico che se solo andasse un po’ in palestra (come faccio io anche quattro volte alla settimana) non sarebbe male, ma lui mi ha sempre detto che non gliene importa granché, e io mi chiedo come farà a rimorchiare.

Anzi, cosa vuoi che rimorchi… Oltretutto sta antipatico anche a tutte le altre inquiline, compresa mia madre: pensate che alla Giulia (che ha poco più di sedici anni, ma si è fatta venire un fisico da urlo per farsi prendere come velina), quando lei gli ha chiesto “Mi faresti sentire un po’ dei tuoi CD? Dopotutto sono una bella donna, o no?”, Bruno le ha risposto: “Che mi hai preso per un pedofilo? C’hai bisogno di un’altra decina d’anni, per essere una donna…” Figurarsi come c’è rimasta: non che lei volesse filarselo, ma stava provando se con quel fisico riusciva a far arrapare qualcuno di trenta, quarant’anni, cioè quelli che possono farle fare la velina.

Poi quello che da fastidio, che lo rende insopportabile, è che non ti da mai soddisfazione: sa parlare di calcio come pochi (l’ho sentito io, in portineria, neanche dieci giorni fa), ma non tifa; non ha neanche la televisione, ma sa un sacco di cose, di quello che succede in Italia e fuori e spara giudizi che sono tutti veri, ma che ti fanno sentire un mezzo deficiente: perché a quelli come noi, di tutte queste cose non ce ne frega niente. E, visto che non ha la TV, cosa fa invece di guardare Costanzo o “Uomini e donne” o “L’isola dei famosi ”? Ascolta musica, chiaro! E legge un casino di libri, chiaro!

E alla fine, quello che mi fa - e ci fa - incazzare veramente, è che si permette pure il lusso di preoccuparsi degli altri, come se di questi tempi non ci fosse niente di meglio da fare!

Allora, questo è successo un paio di mesi fa, me l’ha raccontato l’Alfonso, quello del quarto piano, che di balle giuro che non ne ha mai detta una, a parte alla moglie, e questa l’ha vista e sentita lui. Era in centro, in uno di quei posti che non trovi un parcheggio neanche a svenarsi: lui (Alfonso) sta camminando e vede Bruno che arriva in macchina e si ferma in uno spazio libero fra due altre auto. Scende, fa per mettere il disco orario, ma guarda per terra e vede quei segni gialli che dicono che lì non si può, ci vanno gli handicappati, e come abbia fatto lui a vederli, che son tutti mezzo cancellati, solo dio lo sa. Incrocia lo sguardo di Alfonso (che ormai gli era arrivato a mezzo metro), si salutano e poi Bruno fa: “Ma guarda se è modo di tenere i parcheggi: uno neanche se ne accorge, che qui non può fermarsi…” Risale in macchina e riparte!

Dico, riparte!! Con la fatica che si fa a trovare un posto in centro che non sia a pagamento! E chi se ne frega se ci sono gli handicappati che vogliono girare in macchina! Se sono handicappati, cosa ci vogliono fare con la macchina?

Insomma, non ne possiamo più di uno come lui, che si vede proprio che lo fa per darsi un tono e mortificarci ogni giorno. E così abbiamo deciso che dobbiamo togliercelo dai piedi.

Io mi sono offerto volontario, sono uno dei più giovani e, con tutta la palestra che ho fatto, sono sicuramente più forte di lui; sarà una cosa semplice: scendo, suono e invento una scusa (non che voglio in prestito un libro, figurati se quello ci casca), ma quando apre lo spingo dentro e gli spacco la testa a bastonate, poi faccio un po’ di casino e siamo già d’accordo fra tutti noi inquilini che son stati gli albanesi o gli zingari, ce ne sono due o tre qua intorno che chiedono la carità ai semafori.

Da quando mi sono proposto, poi, la Giulia mi guarda con certi occhi, che son sicuro che non aspetta altro che lo faccia, per darmela.

A dirla tutta, non sono tanto sicuro. Cioè, sono più giovane e più forte, vabbe’, ma chi si fida di uno come quello? Cioè, ti dà l’idea di essere uno che ha sempre pronta la risposta per tutto, anche a botte; magari mi tocca scoprire proprio oggi che è pure cintura nera di kung-fu. Magari è uno che c’ha un coltello nascosto nella manica della giacca, come ho visto in un film…

Insomma, non sono tanto sicuro, ma adesso vado giù e ci provo.