Per la raccolta “Monstra”

Poesie ben strutturate sia da un punto di vista contenutistico che lessicale. Si evidenzia uno stile molto personale che tende a fondere la scelta contenutistica con un linguaggio quotidiano volutamente distorto e contorto dalla quotidianità, che tende ad inglobare, quasi ad ingolfare, i termini nelle modalità espressive tipiche della nuova tecnologia.

Tematiche dunque attuali, i cui temi centrali sono la sofferenza, l'emarginazione e la difficoltà di una piena integrazione. Temi narrati con sottile consapevolezza e elaborazione ironica dell’esperienza sia reale che soggettiva. Poesia che richiede una lettura ben scandita e precisa, per permettere all'ascoltatore-lettore di essere compresa appieno.

Certo non siamo di fronte ad una poesia lirica, ma piuttosto ad una poetica rappresentazione degli aspetti reali “ingombranti” con titoli quali “Corpo di magrezza estrema” “Ossa fragilissime”, ‘’Nato senza mani”, ecc.: in cui il linguaggio stesso diventa sofferta descrizione e al tempo stesso denuncia e rivendicazione per una risposta alternativa; e cioè, come dice lo stesso autore, che l’handicap non deve essere per forza un limite.

Mara David per il “Gruppo Meteora”, Palazzolo sull’Oglio (BS)

L’antologia “In forma di scritture”, edita da Riccardi e a cura di Carlo Bugli, Pasquale Della Ragione e Giorgio Moio, recupera all’interno della mia scheda personale un frammento della recensione che, nel 2002, SelimTietto scrisse sul n° 33 di “Punto di Vista” a proposito della mia raccolta breve “Motti e detti dell’altro popolo”:

“Un saggiatore delle possibilità espressive potremmo dire Alberto Rizzi, e un autonomo (cioè, auto-normato) frequentatore delle più autentiche sollecitazioni, alle quali affidare possibilità di ricerca e di sperimentazione a che la lingua sia linguaggio il più possibile compiuto, con echi e risonanze ad onda lunga; e oltre il suono, oltre la vibrazione. E’, quella di Rizzi, insomma una vocazione assoluta di conferire al dire “poietico” la voce opportuna della parola simbolica – atteso che la vita è primamente simbolo, e simbolo è la parola dell’uomo.”

Dopo un anno dalla pubblicazione, “I pesci nel barile” riceve una prima e molto positiva recensione in rete, firmata dal critico Alberto Carollo: questo il link per leggerla e, chi volesse, commentarla.

“I pesci nel barile” (vai alla Recensione di Alberto Carollo)

Sul numero dello scorso anno di “Gradiva” – la rivista statunitense che, diretta da Luigi Fontanella – si occupa di poesia italiana – è uscita questa breve ma positiva recensione a firma Plino Perilli: che naturalmente ringrazio.

“Personaggio fiero e davvero paladino nobile d’ogni (disamorata) fede laica ed etica civile, Rizzi (che è nato ad Arco di Trento nel 1956) è uno dei rappresentanti più autentici di quel “democratico rifiuto” all’andazzo corrente, che lo spinge a dissentire ma soprattutto a rinnegare pressoché ogni dinamica culturale asservita al Potere: quello che invoca la maiuscola, per coprire brutture, colpe e nudità d’ignominia.
“C’è una guerra in corso;” – verga disamorato in appendice – “anzi ve n’è più d’una – sull’ambiente, lo Stato sociale, il signoraggio, ecc. – e chi vuole schierarsi non ha che l’imbarazzo della scelta”. Nell’impennato e sacrosanto j’accuse che segue, Alberto Rizzi cita “Gli invisibili” di G. Morrison e altre intuizioni, o meglio denunce sociologiche.
Noi preferiamo tornare, restare alla rabbia buona, all’utopia positiva e alla necessità espressiva dei suoi versi, che centrano e azzerano molto spesso il loro (certo anche nostro, magari sotteso, umiliato ma comune) bersaglio sensibile: “L’anima di chi lavora vola basso / come un bruco / ma meno nobile / È scusa di sudore / di piaghe o calli alle mani / il loro camminare testachìna / ignoranti del verde che fiorisce là / al riparo dei portoni…”.

Da Alfio Fiorentino

Alfio Fiorentino (siciliano da una vita residente a Mestre) è uno scrittore e performer di quelli che hanno fatto l’Avanguardia poetica italiana nel secondo dopoguerra, a partire dal “Gruppo 63”. Come dire che fra quello che scriviamo io e lui c’è parecchia distanza, indipendentemente dalle evoluzioni che hanno interessato il nostro “far poesia”: lui da sempre devoto della ricerca sonora e anche gestuale, io che – cresciuto a classici da Omero in avanti – “rendo epico anche lo sbucciare una patata”, come mi disse Mauro Ferrari (Ed. Joker, “La Clessidra”, Ed. Puntoacapo) in uno dei tanti nostri amichevoli colloqui.

Ciò non toglie che ci sia fra noi mutua stima e (come si direbbe in politica) “franco scambio di opinioni” su tutto quel che concerne la poesia; celebre fra l’altro è stato il nostro lungo disquisire sull’uso dell’avverbio “come”…

Non deve stupire che, nella sua franchezza, Alfio Fiorentino non sia tipo da regalare complimenti come fossero caramelle. Mi fa allora piacere render pubbliche qui le parole che ha speso per “Opera al nero”, anche se non si può considerarle alla stregua di una recensione: un giudizio però tanto più gradito, se si pensa che scrive considera quella raccolta ormai superata da molti punti di vista: e quindi è portato a trovarvi più pecche che pregi. Cosa questa che potrebbe portare a meditare sullo stacco percettivo che esiste fra autori e lettori, in particolare quando i secondi sono in possesso di buone capacità critiche.

Ecco quanto mi ha scritto Alfio:

“…un sentito grazie per questa tua “Opera al nero”. Sei bravo eroicamente ad autoeditarti. Io non ci riesco.
Questa tua poesia esistenziale – acuta e gridata in crescendo – l’ho letta ad alta voce. C’è un’ottimale irrazionalità in crescendo. C’è un’acuta drammaticità. Crudele!
Belle le immagini quando perdi il controllo, specialmente quando ti lasci andare per l’ottenimento di un livello preziosamente criptico, direi meglio ambiguo.”
Alcune liriche tratte da “Opera al nero” sono nella sezione “Poesia”, alla sottosezione “Opere edite”.

Ricambio la cortesia e la stima di Alfio Fiorentino, inserendo qui sotto le brevi liriche di “Cancellature”, scritte a Venezia il 23/11/1990.

CANCELLATURE

per ri-vivere
occorrerà distruggere
tutti i libri
della Biblioteca di Babilonia
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banalmente
parlando
se ti pieghi
sei proprio
dritto




lo sapevo
e quando
me lo hai detto
ero assente
ora ti ascolto
e non odo
alcun rumore




se ripercorro
i passi
che sto facendo
sono già
nel futuro