“I pesci nel barile” è arrivato alle battute finali: in questi giorni la “Saecula” ha diffuso il comunicato stampa che ne annuncia l’uscita in questi giorni.

Confesso che è una bella soddisfazione, al primo tentativo con la prosa, essere approdato ad una casa editrice ufficiale che, per quanto “piccola e indipendente” (o forse proprio per questo) ha instaurato con me un rapporto almeno finora corretto, offrendomi questa possibilità.

Comincia ora la scommessa con le possibilità di distribuzione, con la capacità di arrivare ad un po’ di pubblico e di suscitarne l’interesse.

Qui di seguito tre capitoli che mi auguro, appunto, suscitino tale interesse: per acquisti suggerisco di rivolgersi direttamente all’editore: www.Edizionisaecula.it

10. DUBBI E RISOLUZIONI
“Cazzo, cosa possiamo inventarci che non abbiamo già provato?”
(Giardini comunali della città, 20/08/1979)

“...che poi, cazzo, chi sono? Il Mago Silvan? C’ho il cappello magico, il cappello da tirarci fuori la soluzione che accontenti tutti, l’idea geniale che vada bene a quei due nuovi che ti sei portato dietro e pure a Danilo e Marò, che son proprio l’opposto? Cazzo, cosa possiamo inventarci, che non abbiamo già provato? O si continua così o…”

Walter e Riccardo passeggiavano per i giardini comunali, poco lontano dalla ferrovia locale, che mandava appena un vago rumore di treni. A casa di Riccardo, invece, la bambina frignava in continuazione la sua delusione per essere venuta alla luce in un mondo così. Per di più sua moglie Iole, dopo la nascita della figlia, aveva ormai raffreddato i suoi entusiasmi verso tutto ciò che sapeva di politica: fino all’insofferenza riguardo agli impegni che suo marito continuava a prendersi.

Per lui era spesso meglio inventare una scusa, in quei casi, o approfittare di una qualche spesa da fare: ecco perché si erano incontrati lontano da casa sua. Aveva anche respinto l’invito di andare da Walter, per evitare la presenza di Violetta la quale, pur capendo assai poco di politica, avrebbe cominciato a pontificare chissà quali soluzioni.

“O si continua così, o cosa? Guardiamoci in faccia: non c’è niente da fare. Calogero ci ha fregato, ce l’ha messo in culo a tutti quanti. È stato più svelto e si è mosso prima, tutto lì. Ma così ci ha fregato! Avessimo avuto un po’ più di tempo, anche solo un anno, dico bene? l’avremmo fatta, la rivoluzione. Adesso, invece… adesso non si fa più niente: per un pezzo non si può più sperare di fare niente. Propaganda, controinformazione, d’accordo, ma di più non ci vedo. Sai cosa dice la mafia, quando le capita una roba del genere, quando c’è una retata grossa o, insomma, quando gli sbirri sono dappertutto e t’impediscono qualunque movimento? ‘Calati, giunco, che passa la piena’.”

“E bravo! La tiri fuori ora, questa, cazzo? Non glielo potevi mica dire all’ultima riunione, invece di rompere i coglioni con quella pippa sul 7 aprile e tutte le implicazioni strategiche? Questa almeno l’avrebbe capita pure Danilo!”

“Sì, bravo tu! Cosa vuoi? Che cambiamo il nostro linguaggio per quello dei mammasantissima? Così non matura mai nessuno e te la sogni, la rivoluzione!”

“Oh, Riccardo, ma tu ci credi davvero che Danilo e Marò maturino? Quelli neanche se li lasci al sole…”

“Va bene, ma guarda lo Zingaro quanta roba ci ha procurato, con le amicizie che ha. E adesso qualche libro se lo legge pure lui, ai discorsi di Lenin c’è arrivato, no? Mica lo faceva, se non capiva che siamo tutti sulla stessa barca: continuava a rubare e smerciare per sé, insomma.”

“Beh, infatti lo fa ancora.”


“Lo fa ancora si, ma intanto lo fa anche per noi, e allora? Lo diceva anche Guglielmo, no? È un passo avanti. E poi c’è Gigi che vien su bene, e Maurizio e Daniele che son due che dobbiamo tenerci ben stretti: se teniamo duro, qualcuno di nuovo si aggregherà e qualcuno di vecchio si rifarà vivo. E allora ce la faremo… Adesso bisogna fermarsi, o fare il minimo indispensabile.”

“Riccardo, la gente si rifà viva se fai molto, cazzo, non se fai il minimo indispensabile!”

Già due volte avevano fatto il giro dei giardini, come carcerati nell’ora d’aria. Come naufraghi che tocchino terra esausti, naufraghi esausti e senza idee, i due approdarono al chiosco dei gelati. Era il segnale che la parte politica della conversazione poteva dirsi esaurita.

“È da un mese e mezzo che ti fili la Violetta. Non ci avrebbe scommesso nessuno che saresti resistito tanto.”

“Io quelle tette e quel culo non li mollo, cazzo… Eh no!”

“Fai bene, anche se mi pare più giusto dire che è lei che da un mese e mezzo non ha ancora mollato te.” Disse questo senza ombra di malizia, non per fargli pesare che lui la manteneva in tutto, droga compresa. E Walter, che lo considerava uno dei pochi di cui fidarsi, lo lasciò dire. Riccardo riprese l’argomento al volo, dato che di una tossica all’interno del gruppo non si fidava per nulla. “E cosa pensi di fare per tirarla fuori? Lo Zingaro starà anche diventando un compagno, ma in affari beneficenza non ne fa.”

“Troverò una soluzione. La tirerò fuori, cazzo.”

13. ANEDDOTI, II: Violetta Susic
“Alla fine aveva ceduto: era quel cedere, il senso dell’amore?”
(Ferrovia locale lungo l’Appennino Tosco-Emiliano, 21/09/1979)

La pioggia rigava i finestrini del breve convoglio locale, e rendeva indistinti i contorni al paesaggio. Col volto appoggiato al vetro, Violetta faceva un gioco che ricordava di aver fatto le rare volte che era salita su un treno, da piccola: ogni dieci auto che vedeva passare in vista dalla ferrovia, ne sceglieva una e quella era sua: e immaginava la vita che avrebbe vissuto al volante di quell’auto, fosse una Mercedes o una vecchia Millecento. Oppure, ogni dieci di quei campi che si stendevano ai lati dei binari, uno era suo: e immaginava come l’avrebbe coltivato e se l’avrebbe fatta diventare ricca; o se perlomeno avrebbe contribuito a farle trovare un buon partito.

Non rivolgeva gli occhi a Walter che, dannatamente silenzioso come nessuno mai l’aveva visto, silenzioso come un secondino in una traduzione, le era seduto di fronte e che qualche volta le puntava gli occhi addosso per un istante, quasi volesse sincerarsi che lei fosse ancora lì.

Violetta che, dopo sedici anni passati in un campo nomadi, aveva scoperto di avere un volto da dimenticare, ma un corpo dietro al quale correvano tutti, ma proprio tutti. Violetta, che credeva di realizzare i suoi sogni col primo che le aveva giurato di portarla via su quell’auto grossa grossa, che avrebbe fatto invidia a chiunque. Quello che, dopo pochi mesi di nozze e di altre promesse, se l’era dimenticata per qualcun’altra, o se ne ricordava solo per pestarla. E che, nato quel maledetto bambino che proprio non ci voleva, l’ha sbattuta sul marciapiede, e stupida lei che s’era fatta mettere incinta, sperando di tenerselo ancora vicino. Lei, Violetta la furba, che credeva di avere il mondo in mano, o piuttosto fra le gambe.

Violetta che ha imparato a farsi e che continua a battere per continuare a farsi, mollata e dimenticata anche dai parenti e senza potere mai vedere il bambino, affidato a chissà chi.

Violetta che girava per le discoteche, aggrappata a chiunque la mantenesse per un po’, credendo chissà cosa, o anche solo tirando a scopare, finché non gli passava la voglia di avere a che fare con quella sconvolta. E che poi la sbatteva fuori casa senza complimenti e senza problemi o, semplicemente, la riportava dove l’aveva rimorchiata, come un pacco.

Era comparsa in città all’inizio dell’anno, al seguito di Dario e della sua congrega di tossici sfigati. Ci aveva provato subito con lo Zingaro, perché era quello che procurava la roba a Dario e al resto della banda: ma lui, che aveva capito subito con chi aveva a che fare, l’aveva mollata dopo un paio di scopate. Poi si era attaccata a Danilo nel bel mezzo di una sera di sbornia: e a lui, che le donne le aveva quasi sempre pagate, non era sembrato vero, così aveva iniziato a vantarsene coi compagni.

A quel punto quelle del Rosa Luxemburg le si erano messe dietro, come sempre in cerca di nuove accolite da risvegliare da ciò che definivano “torpore da sottomissione al maschio”: ma si erano rese ben presto conto che lei a quel torpore ci teneva tantissimo e che aveva interesse a farsi di tutto, tranne una coscienza femminista.


Considerata più che altro un soggetto pittoresco, da trattare con compatimento in vista di possibili favori sessuali, Violetta era fluttuata dall’uno all’altro dei componenti dell’Ottobre Rosso: era stata con alcuni dei meno assidui, provocando scazzi a causa di Danilo che, comunque, l’aveva mollata quasi subito. Aveva invece snobbato fin dal loro arrivo i due universitari, che aveva definito apertamente froci, finché un paio di sberle di Maurizio l’avevano convinta a tenere per sé le proprie idee, vere o false che fossero. Aveva persino avuto un brevissimo flirt con Gigi, anche se nessuno dei due s’era impegnato più di tanto.

A un certo punto aveva tentato una sorta di scalata al potere, provando a orbitare attorno a Guglielmo che, come già prima lo Zingaro, si era reso perfettamente conto di che tipo fosse e non se la filava per nulla. Fino a rendersi ridicola quando, vistasi respinta, aveva iniziato a canzonarlo nell’unico modo in cui pensava di poter ferire un uomo, cioè sul piano delle capacità sessuali. Avrebbe potuto funzionare con altri: ma rinfacciare qualcosa a Guglielmo proprio su quell’argomento, era come pensare di fermare un carro armato con una cerbottana.

Una notte di inizio aprile era andata a dormire da sola, al piano di sopra. Il chiacchiericcio del gruppo era continuato alto per tutta la serata, appena filtrato dal vecchio solaio, come alta era la tensione per gli arresti operati da Calogero e il tasso alcolico di alcuni dei compagni, soprattutto Marò. Poi le discussioni si erano calmate e, da soli o a gruppetti, se n’erano andati quasi tutti.


Walter e Riccardo, che erano rimasti gli unici a discutere appena fuori l’ingresso dello stabile, l’avevano sentita gridare: salite le scale alla disperata, si erano trovati di fronte Marò che, sbraitando a modo suo, cercava di convincere Violetta della giustezza delle sue teorie sulla collettivizzazione di tutto, anche del sesso.

Far ragionare Marò, sempre in prima linea nel cercarsi una rissa, costituiva un problema anche quando era sobrio. Soltanto uno, in tutto il gruppo, era capace di calmarlo: al suono della voce di Riccardo, Marò tornava in sé e lo ascoltava come un bambino ascolta il proprio nonno (“Prospero e Calibano”, li aveva definiti una volta Guglielmo, in uno dei suoi frequenti sfoggi di erudizione dozzinale). E poiché i due compagni non avevano scelta, vista la mole dell’altro e la violenza che sapevano si tenesse in corpo, anche quella volta Riccardo parlò.

Ci mise il suo tempo, con Marò che da parte sua cercava di convincerli a partecipare in nome della collettivizzazione proletaria, ma ci riuscì. E Violetta sarebbe stata ben altruista con entrambi, se avessero voluto: ma c’era Iole che attendeva Riccardo con l’impazienza di chi sa di avere poche settimane prima del parto e lui non l’avrebbe tradita proprio ora, e mai con una così. Walter invece rimase ben volentieri.

Walter che adesso era lì, silenzioso come un secondino in una traduzione, sul sedile di fronte a lei in un trenino da cartolina (perché dovevano essere così sfigati - pensava lui - che pure la macchina s’era rotta il giorno prima di partire?), in viaggio verso una località sperduta del centro Italia, per una di quelle maledette comunità di recupero. Era quello il senso dell’amore? Ubbidire ciecamente alla persona con la quale si viveva?

Violetta c’era già stata un paio di volte, in comunità: un inferno di sberle e privazioni, la prima volta, dal quale era scappata facendosi sbattere da uno degli ospiti più anziani, di quelli che ormai potevano andare e venire quando volevano; e che, una volta fuori da quel lager, aveva mollato senza alcun rimpianto. Un porto di calma apparente, la seconda, esposta però alle umilianti battute dei passanti ai quali doveva vendere oggettini (“Signore, ha nulla contro i ragazzi che cercano di uscire dalla tossicodipendenza?” “No, finché non mi rompono i coglioni per strada.”): anche in questo caso ne uscì nell’unico modo che riusciva a immaginare, cioè ficcandosi per una decina di notti nel letto di uno, al quale aveva venduto una penna a sfera.

Le aveva provate tutte per far cambiare idea a Walter su quel ricovero, dalle scenate più violente alle fughe presso il gruppo di drogati coi quali era comparsa la prima volta, con quello che impassibile la andava a riprendere, le mollava due ceffoni (cosa che lui per primo credeva non sarebbe mai stato capace di fare) e se la riportava a casa. Alla fine aveva ceduto: era quel cedere, il senso dell’amore?

Il treno rallentò e si fermò in una delle tante piccole stazioni che punteggiavano la linea. Scesero solo loro due e andarono verso un giovane di circa trentacinque anni dal sorriso stereotipato che li attendeva sotto l’ombrello, davanti ai binari. Walter gli affidò senza alcuna formalità la sua donna. Violetta lo salutò con un’occhiata piena di silenzio e lui non riuscì a ricambiare neppure con un bacio. I due attraversarono la stazione e salirono sull’auto che li attendeva con altri due giovani a bordo. Walter rimase nella sala d’attesa vuota, aspettando il treno per il ritorno.

16. IL DADO È TRATTO
“Guardiamoci in faccia, compagni.”
(Sede dell’Ottobre Rosso in città, 04/10/1979)

Walter aveva sottovalutato quanto il gruppo si fosse disunito dopo la scomparsa di Guglielmo. La frase che aveva concluso il suo brindisi di compleanno era stata effettivamente compresa da pochi, e da nessuno con particolare entusiasmo. Dovette correr letteralmente dietro a ciascuno di loro (a parte Riccardo) come un cane pastore fa con le pecore riottose, spesso tornando da uno non appena era riuscito a convincere un altro, perché quello già se ne veniva fuori con impegni più o meno improbabili.

Blandì e supplicò, imprecò e maledì, girò come una trottola a destra e sinistra cercando di far coincidere l’incontro con un momento di tempo libero per tutti gli altri compagni e infine tutto il gruppo era riunito nella solita sede, mentre fuori il buio prendeva il sopravvento. Walter contò con gli occhi Riccardo, Danilo, Marò, lo Zingaro, Gigi, Maurizio, Daniele e uno nuovo, Mosca, reduce da altri gruppi, poi parlò:

“Guardiamoci in faccia, compagni. Da quando Guglielmo non c’è più non siamo riusciti a combinare praticamente un cazzo. È vero che anche gli altri gruppi, con l’aria che tira, non stanno combinando molto, ma noi dobbiamo continuare a crederci anche se uno se ne va. E parliamoci chiaro, cazzo. Ci rendiamo conto sì o no che il potere è proprio questo che si aspetta, cazzo, che per un incidente ci blocchiamo come tanti bambini che hanno perso la mamma per strada?
Parliamoci chiaro, cazzo: dobbiamo dare ragione a questo potere di merda? Se è così, ciao a tutti, e abbiamo almeno il coraggio di andarcene a casa e trovarci soltanto alla sera per farci una sbronza o una canna o magari un gelato, come fanno tutti i borghesi di merda. Ma io sono stufo, cazzo, e se vi ho chiamato qui è per capire se siete stufi come me o se pensate che sia meglio piantarla qui, cazzo, alzare bandiera bianca e lasciare che tutti quei bastardi, da Agnelli a Cossiga, a Berlinguer che tanto, cazzo, lo sappiamo tutti quanto è di sinistra, ai loro lecchini tipo Calogero ce lo mettono nel culo.
Sapete quando è il momento di colpire? Quando il nemico meno se l’aspetta. E guardiamoci in faccia, cazzo: il potere se lo aspetta che un gruppo di periferia, come è sempre stato il nostro, faccia qualcosa di più che attaccare volantini di notte o spaccare una vetrina, o no? No, cazzo, no che non se l’aspetta: e per questo, qualsiasi cosa facciamo può andarci dritta. Anzi, deve andarci dritta, perché noi siamo cazzuti e non cazzoni!”

C’era un silenzio totale: tutti cercavano di capire dove volesse andare a parare. E Riccardo più di tutti gli altri.

“Abbiamo sempre imbrattato muri, distribuito volantini, perfino buttato giù un paio di vetrine.” Riprese: “Che bravi, cazzo eh! Ma pensiamo davvero che sia così che si fa la rivoluzione? No, compagni, no cazzo, perché ormai lo sappiamo che nessuno si muove, nessuno ci viene dietro, se non abbiamo finalmente il coraggio di sparare alto! E guardiamoci intorno, cazzo, quanti sono i coglioni che possiamo colpire? Ce ne sono un sacco e una sporta, ce ne sono sempre stati e adesso ce ne sono ancora di più, perché si sentono forti, cazzo, dopo la botta che ci hanno dato il 7 aprile, e tengono tutti la testa bella fuori dalla loro merda, così che almeno a uno possiamo tagliargliela, cazzo!”

E mentre Riccardo sgranava sempre più gli occhi e affogava nel suo silenzio, ci furono le prime ovazioni.

“Volete sapere chi?” Rispondeva a Dario e a Marò che, non credendo alle loro orecchie avevano iniziato a intercalare le consuete bestemmie con domande a raffica. “Non ancora. Prima voglio sapere chi ci sta, cazzo, e voglio saperlo da ognuno di voi: perché sono mesi che ci penso, che sto dietro a un tale coglione pieno di soldi, e qua se si comincia non si torna più indietro!”

“Sì!”, “Sì, dio cane!”, “Era ora!”. Walter, proprio come il capo che in cuor suo sapeva di non essere, riscosse un autentico plebiscito. Solo Riccardo si alzò e prese la parola, per tirarsi indietro incredulo, vista la piega che stava prendendo la riunione.

“Ma stiamo dando i numeri? Ma cosa cazzo ci stiamo mettendo in testa di fare? Ma quando mai s’è parlato di fare di queste cose? Abbiamo sempre fatto controinformazione, sempre, è questo che ci siamo prefissi! Quando mai s’è parlato di buttarsi in clandestinità, con Guglielmo?”

“Guglielmo non c’è più, e dopo tutto quello che è successo, anche lui sarebbe d’accordo: non credere che qualche volta non me ne abbia parlato. Dopo questo 7 aprile del cazzo le cose sono cambiate e non c’è altro da fare che alzare il tiro, cazzo, se vogliamo avere qualche probabilità di dare un calcio in culo al sistema.”


“Walter, tu vuoi farci diventare un gruppo di fuoco! Ma ci hai guardato in faccia? Abbiamo sempre fatto solo quello che sapevamo fare, e non può esistere che noi ci mettiamo in clandestinità.”

“Perché non c’hai mai avuto i coglioni, tu, per farle, certe cose!”

“Non è questione di coglioni, Marò! Una cosa è espropriare un supermarket e un’altra gambizzare la gente! Non fa per me e nemmeno per te!”

“Lo so io cosa fa per me! Spaccare il culo a quei porci di borghesi, altro che espropri! A tutti i borghesi vigliacchi come te!”

Marò che si scagliava contro Riccardo non s’era mai visto. Dario e Marò che lo costringevano spalle al muro gridandogli come ossessi “Per i borghesi non c’è domani, siamo noi i nuovi partigiani!” Riccardo che andava via pallido come un cencio, senza neanche guardare in faccia nessuno. Non s’era mai visto.

Le direttive di Walter venivano accolte da scoppi di grida bellicose, tanto che Riccardo ne capiva poco o nulla. Era rimasto lì fuori sperando di parlare a quattrocchi con Walter (dopo che anche Mosca se n’era uscito, dicendogli solo “Quelli son tutti matti furiosi, non fa per me.”) ancora incredulo della piega che avevano preso gli avvenimenti.

La riunione terminò una mezz’ora dopo, ma Walter uscì insieme a tutti gli altri, e con loro se ne andò a bere da qualche parte, senza neanche badare all’amico e senza difenderlo dalle prese per il culo che qualcuno di loro ancora gli indirizzava.

Riccardo incrociò soltanto gli occhi dello Zingaro, che lo fissarono per un attimo indecifrabili come sempre, ma che gli sembrò non promettessero nulla di buono.

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