ALCUNE PAROLE RIGUARDO alle OPERE TEATRALI e a “ECLOGHE”

Da parte dell’autore l’apertura verso il teatro fu l’ennesimo tentativo di trovare - ancora nella prima metà degli Anni Ottanta - una qualche possibilità di diffusione delle proprie opere poetiche, approfittando anche della forma scelta per comporre “Ecloghe”, che fu il primo dei lavori scritti.
Un agire che potrebbe suonare anche patetico, dopo una mezza dozzina d’anni di sforzi  in differenti campi dell’arte, tutti frustrati dal sistema mafioso e clientelare che già allora caratterizzava la scena creativa italiana; e a maggior ragione quella di una Provincia a basso profilo culturale quale Rovigo, come l’autore stesso aveva dovuto sperimentare: ma che si spiega con la scelta di voler essere presente prima di tutto nel territorio nel quale tuttora vive.
Ad ogni modo i tentativi per mettere in piedi qualcuna delle opere scritte - e delle quali qui vengono presentate alcune scene per ciascuna - andarono comprensibilmente a vuoto: pensare che chi elemosina sussidi dagli organismi politici, si dimostri interessato ad opere che si pongono in rotta di collisione col comune sentire etico, sociale e politico è in effetti pura follia. Né la frequentazione – in anni più vicini a questo – di un corso di un certo spessore, con relativo impegno nella compagnia di video e teatro ad esso legata, poté sortire risultati diversi: dato che quel sistema, che così bene rispecchia la propensione interiore verso il “terzo mondo” del popolo italiano, lungi dal mutare si è ancora più radicato.
La mancanza di riscontri oggettivi – con l’unica eccezione di una parziale lettura drammatizzata proprio di “Ecloghe” una decina di anni or sono – ha fatto sì che chi scrive, abbia perciò sempre nutrito dubbi sulla validità scenica delle proposte messe su carta.

            Riguardo ad “Ecloghe”, essa fu scritta abbastanza rapidamente all’inizio degli Anni Ottanta, con un occhio alla struttura del ben più celebre poema virgiliano, un paio di spunti presi dai “Dialoghi con Leucò” di Pavese (opere entrambe lette nel 1981); e pressato l’autore dagli accadimenti di quegli anni in Libano: Paese dal quale l’Italia iniziò i suoi interventi bellici per la prima volta dopo la Seconda Guerra Mondiale e servilmente agli ordini di quell’apparato economico sovranazionale, che anche da prima di quegli anni governava - e tuttora governa - di fatto, anche se per interposte persone, questo e la maggior parte degli altri Stati.
L’opera si presenta scritta, dal punto di vista letterario, secondo un doppio registro: poetico per le indicazioni sceniche e di contesto, prosaico e con una dizione “alta” per il recitato.
Protagonista principale è il “Viandante”, un uomo sopravvissuto ad una guerra di sterminio e “diverso” per molti aspetti etici e di sentire dai suoi simili, che ritorna nella propria città, ma solo per andarsene: intraprendendo la ricerca di persone che vivano secondo ordinamenti sociali e religiosi differenti da quelli che hanno causato la guerra stessa.
Durante quello che si rivela un “viaggio di formazione” indispensabile per chi voglia mutare radicalmente la propria vita, si imbatte in diverse situazioni nelle quali si deve confrontare con le miserie di molti di coloro i quali incontra, fino ad una positiva conclusione.


Scena VIII                                Il Viandante – La Cieca

Vi.: Cosa ben strana narri, e di buon segno; ma temo a volte, che il mio viaggio abbia preso sapore di fuga.

Ci.: Non è fuga, figlio, quando si sa che cosa si cerca!

Vi.: Ed io lo so, sì. Ma forse non esiste già più, sepolto sotto montagne d’ossa, calcinato dalle urla degli storpiati e dai pianti dei bambini…

Ci.: Allontanati da questo pensiero!

Essi non hanno più bisogno di te; la loro e l’altrui pazzia ne hanno forgiato destini e miserie: sta ad essi trovare nuova forza dentro di sé, per rialzarsi. Ad altri, se mai, il destino d’aiutarli: tu devi adare.

Vi.: Così sia. E se la via che in sogno conoscesti è la stessa della mia, conta sui miei occhi e sul mio braccio, come io posso contare sulla tua saggezza.

Ci.: Io on soo già più parte della tua strada, figlio: la mia piega adesso, ed il tuo seguirla porterebbe solo danno, a te e a molti che ancora non conosci.

Cancella, cancella il pensiero delle catacombe che lasciasti: esse non sono più né qui né ora. Ad altri e ad altre immani forze è destinata una loro risorgenza, forse: che sogni ancora io non ebbi per loro.

Con le sue mani allora lo respinse
lui ancora immoto
soppesante la strada
e lei già lontana verso le giovani rovine
poiché d’altro dire conto più non era
Il vento levò fiori secchi alla destra di lui
saluto ad entrambi di benevolenza colmo


ECLOGA III (ricordi 1 e 2)

Scena IX                                                         Il Viadante

La strada si svolgeva sicura
come un pensiero agito da saggezza
così che a chiunque
grati i ricordi sarebbero venuti incontro
a chiunque andante
bramasse per i suoi passi buonsostégno

Vi. (tra sé): …e tutti gli amici, da quanto li sento persi, come sparsi a vento e a terra!
Anche lui: che da solo la piangeva il giorno che – da altri spinto e così spartito da lei – forse pure la vita temeva d’esser costretto a dare.
“Ecco che io, che così bene credevo di conoscere i nostri destini” – diceva mesto – “ecco che la perdo. Nuvola nel cielo, che tu fugga questo orrore, condotta altrove da vento fecondo. Altre sono le nubi che mi accecano gli occhi, proprio oggi che una morte bendata inizia a cercarmi, per farmi suo sposo al tuo posto; ed io proprio degli occhi avrei bisogno, per lanciarmi a tua ricerca e farti difesa.
Certo è giusto che, morendo i fiori nel grembo stesso delle piante, io pure mi avvii per la china, che orrida porta all’estremo buio e da solo: ma con quale forza, se tutto con te mi han tolto?
La gente impazzisce in fretta: solo ieri si aborriva questa guerra, se ne esorcizzava lo spettro con canti, e giuri, e mortificazioni del corpo; oggi si è bramosi di scannare altri uomini, di berne il sangue e di portarne le spoglie a qualcuno, che per questo ci accarezzi il capo una volta o due, come ad un buon cane ubbidiente…
Dovrei uccidere, ora che mi han fatto rimanere solo, sfogando su gole sconosciute, questo distacco imposto dai mostri che ci siamo scelti come capi.
Ma io non ti avrò comunque, per godere della tua pelle e dei tuoi capelli; e dunque parto senza il coraggio di guardare il sole, né da quale parte mi raggiungerà la notte.

E già sulla strada
il meriggio aveva posto quartiere
l’uomo
allora
scese al nudo suolo
la schiena posando ad un gran tronco
e fissando lontano nel cielo
continuità di fiato a cercare ricordi

Vi. (tra sé): Poi lei, così tanto temeva di perderlo che, certo, Dei amici deve aver molto pregato. Ed era bello, prima di questa strage, guardarli andare insieme lungo strade appena toccate da pioggia fine; o sotto i portici antichi della nostra scialba città: incuranti di tutti, perché amanti.
Più volte lei aveva ricercato tra la folla vile un amore così forte, e più ancora l’aveva certo meritato: ma sempre dovette darsi vinta, spregiata dagli altri come solo chi sa amare e dia più di quanto prenda può essere spregiato. Infine una sera la vidi tornare con quell’uomo, a noi straniero; e vidi che si baciavano sugli occhi, e ne fui felice.
Spesso, da quel momento di indivisa, segreta sorpresa, li pensai, pure incontrandoli alcune volte, prima che follia ci separasse e confondesse i nostri destini con milioni di ignoti.
Quindi lui partì, fuggendo il carnaio come gabbiano che voli veloce innanzi alla tempesta; lei gli fu seconda: poiché seguirlo sapeva con la mente, e chiamarsi sapevano l’un l’altro, tanto erano uniti.
E per certo insieme sono ancora: lo so da quando mi apparvero in sogno, la mano nella mano come in quegli anni oggi lontani; vivi o morti, questo non so dire, ma comunque insieme: come giusto si conviene a chi crede in sé, ai soli suoi simili dà e in basso nota quanti donano il cuore ad un padrone, per vivere nel plauso d’esser come bestie.


Scena XVII                              Il Viandante – Due Guardie

Quando la pioggia smise il suo canto
esausta
e le nubi ancora coprivano
una luna quasi piena
passi silenziosi tastarono i gradini
alla ricerca d’una facile preda
Ma lui li prevenne
racchiuso nell’ombra d’una porta
ed il primo percosse due volte
di coltello
alle reni
mentre poi l’altro in fuga
feroce raggiunse ancora in cima alla scala
lo serrò fra le braccia
gli spezzò la fronte
sopra il marmo freddo della balaustra in alto e
quasi esamine
lo gettò da una finestra oltre i rami più bassi
giù
pasto ai denti delle rocce
Non visto
lasciò la casa e scomparve nel bosco

ALCUNE NOTE su “ATRÌDI”

Atrìdi è stato il secondo tentativo di scrivere qualcosa per il teatro; l’opera segue fedelmente le vicende storico-mitologiche della famiglia di Agamennone – con la sua uccisione da parte della moglie e la successiva vendetta di Oreste, su di lei e su Egisto – ma presenta i personaggi del tutto privi di quell’etica della quale (nel bene e nel male) sono stati campioni.

Unico loro scopo è la conquista del potere, in una lotta di tutti contro tutti, nella quale ciascuno cerca di servirsi dell’altro e dalla quale emergeranno i più scaltri, non i più meritevoli: ammesso che, dati questi presupposti, si possa parlare di meritevoli.

Seguendo la traccia della forma-tragedia, il Coro è formato prevalentemente dal popolo; anch’esso non si dimostra migliore degli altri personaggi, differenziandosi semmai per il rifiuto a priori delle proprie responsabilità, che lo porta ad accettare in totale passività - e pur sapendo le disgrazie alle quali andrà incontro - il dominio di chi si propone come suo signore.

Malgrado questo tratto di originalità, l’autore ritiene che questa sia – per la distanza che inevitabilmente lo separa dall’originale – il suo progetto teatrale più debole e meno riuscito: sì che la sua mancanza di rappresentazioni non lo ha mai preoccupato più di tanto.

SCENA V (Coro – Agamennone - Clitennestra)

Agamennone entra in scena da Dx. ritto in piedi sulla pedana mobile, che in questa occasione funge da nave; mentre questa avanza, il Coro esegue carponi un movimento con le schiene che suggerisca il moto delle onde; e lo interrompe al fermarsi della pedana.

Ag.: Eccomi infine di nuovo sul mio suolo: mio per tutto ciò che di pietre, piante, animali, popolo esso contiene entro i suoi confini segnati… Mio di nuovo.

(Scende e muove qualche passo verso il centro della scena; il Coro, nel frattempo, sempre fermo ai lati della “nave”, si alza in ginocchio ed afferra dal pavimento della struttura delle armi: da questo momento diviene la scorta del Re.)

Ag.: Orbite vuote, le finestre delle case che fissavano in silenzio il mio ritorno, torneranno a popolarsi, e con esse i campi, d’uomini. Rifioriranno così le messi e i commerci… Già gli stolti che fino ad oggi hanno lacrimato sui propri lutti, accolgono festanti la causa stessa dei loro mali! Come sono abili ad ingannare se stessi… Allo stesso modo si illudono che la vittoria che ci è toccata, sia dovuta più al loro braccio che alla volontà dei capi.
I meno stolti si accontentano di credere che siano gli Dei stessi a mantenerli servi: ma come il leone non stermina un gregge per non morire egli stesso di fame il giorno appresso, così il retto governante non sacrifica il proprio popolo per intero alla guerra, né lo strema sotto le più varie esazioni: ci è d’uopo infatti moderare di tanto in tanto queste, come interrompere quelle con calcolati periodi di pace, affinché sembri che i conflitti siano funeste maledizioni, lanciate da Dei che odiano la prosperità dei nostri popoli; o alla men peggio, l’estremo rimedio a sostegno di una giusta causa… E di fronte al ritorno di chi vi assicura la pace, esultate nella vostra imbecillità, bestie che mi appartenete!

(Alza le braccia sull’effetto registrato di acclamazioni di folla; poi si volge verso Sx., da dove sta entrando Clitennestra.)

Ecco anche te, custode della mia casa! Colma di doni per te è la mia nave.

I due si abbracciano con naturalezza.

Cl.: Il tuo ritorno illumina la tua reggia e la mia vita, come il sole cancella una lunga e troppo fredda notte.

Ag.: Belle parole, adatte al popolo che ci guarda e ci ascolta… Ben più d’esse mi rassicurano il tuo sguardo e la schiettezza che riconosco nel tuo abbraccio; voci meschine, infatti…

Cl.: Sempre, quando uno sposo lascia la sua casa per così tanti inverni, voci meschine gli si posano attorno: che peso possono avere mai fra noi?
Torniamo alla reggia, senza curarci d’esse o del popolo che ci guarda e a cui basta un nostro gesto, per credersi amato: da troppo tempo persino i muri di ogni stanza attendono con impazienza questo tuo ritorno.

Escono entrambi a Sx.

SCENA V II (Clitennestra)

Clitennestra entra da Sx. e recita per tutta la scena rasente il fondale, portandosi lentamente verso l’estremità opposta. Approfittando di questi movimenti e della penombra in cui si trova la scena, sarà posizionata a Sx. la pedana mobile usata in precedenza come nave e che segnerà da ora lo spazio del letto a baldacchino; in alto e sempre a Sx. verrà posto anche un grosso tripode.

Cl.: Benché possa sembrare strano, anche le parole soltanto dette rimangono; e perché non dovrebbe essere così? Distillate da bocca a bocca, esse sopravvivono in qualche modo al tempo, come erba rifiorente verde di anno in anno. Perché non dovrebbe essere così?
E allora io grido in questa forse estrema parte della mia vita, perché ogni sillaba resti ben impressa nelle pietre di questa casa e nelle foglie di ogni albero di questo giardino; che sento ora maledetto anche dal solo ricordo dei passi di ciascuno di noi.
Io grido la mia incapacità verso una scelta differente, quel sacrificio orrendo che ancora risuona e che rimane nei miei occhi, benché allora sia fuggita per niente vedere.
Grido il mio stato presente come unica risposta a quel sacrilegio e perciò mi assolvo; e mi assolvo da ogni azione passata e futura e rivendico come quanto di più mio esista, il diritto ad usare infine vendetta. Mille ragioni trovo a ciò, esplorando palmo a palmo le fessure di questa terra; e la mia voce affido a un vento divino, giustifico il vasto vuoto attorno a me come il dono sacro, necessario, verso il potere che ho scelto di godere: quel potere che illude la vecchiaia, che la culla con amore; e che mi fa correre avanti, folle e cieca, verso qualunque cosa possa ancora accadere!
Folle e cieca ma, almeno in questa notte maledettamente viva per il bersaglio da me così a lungo cercato!

Si volge verso Sx., come se avesse sentito un rumore ed esce velocemente a Dx..

SCENA IX (Oreste – un Messo)

Oreste siede per terra a gambe incrociate quasi al centro del palcoscenico, un po’ spostato sulla Sx.

Or.: Strana giornata, questa: strana per luce e spessore dell’aria. Pochi istanti fa, come da bambino nelle nubi intravvedevo per gioco le forme di animali ignoti o conosciuti, così presagi e ricordi della fanciullezza nella mia città mi sembrava di leggervi, prima.
In questo modo è possibile che le notizie viaggino da persona a persona, prima che con le parole; ma che cosa tutto ciò significhi, io non so dire.

(Mentre pronuncia l’ultimo periodo, entra da Sx. il Messo; esso si sforza di correre carponi, e carponi resta mentre parla – in maniera alquanto automatica e impersonale – ad Oreste; il quale a sua volta si alza velocemente in piedi, quando si accorge del suo arrivo.)

Me.: Tristi nuove dalla tua terra, mio principe: già il popolo tutto piange la morte di tuo padre il re Agamennone, ucciso a tradimento; ed esecra Egisto, che al suo posto regna ora sulla città.

Or.: (A bassa voce, quasi parlasse a se stesso) Una nuova sventura sulla mia famiglia… (Si abbassa bilanciandosi sui talloni, per portarsi alla stessa altezza del Messo.) E mia madre? Vive?

Me.: Tua madre stessa trafisse il re nella sacralità del talamo nuziale.

Or.: Odio e disonore si assommano sulla mia stirpe, dunque: sventura chiama sventura e vendetta chiama vendetta. Così sia.
Ma prima viene il triste dovere di annunciare questo strazio ad Elettra.

Me.: Essa già sa, principe: a lungo ti cercai in città: sicché tanto la tua augusta sorella che il principe Pilade mi fu d’uopo d’informarne.

Or.: Affrettiamoci verso la città, allora: a tali malanni il consiglio ed il reciproco conforto fra amici sono i soli balsami…

(Si alza, si volta ed esce da Sx.)

Me.: A lungo essi già ne piansero davanti a me.

(Segue Oreste, sempre camminando carponi.)

SCENA XIV (Elettra)

Elettra entra da Dx; va a sedersi sul blocco scenico di Sx., arrivandoci alla fine della recita del primo periodo del suo monologo; vi resta per quasi tutto il tempo nel quale lo recita.

El.: Eccomi, finalmente. Anche in ore come queste è bello ritrovare le mura di casa, le piante nel suo giardino, tutto ciò che è mio. Qui gioco spesso con noi, bambini, mia madre… Nostro padre, quasi mai. Poveretta! Il popolo unisce il suo nome a quello di Egisto nel disprezzo… Servarla in vita sarà ben difficile.
Quanto danno può cusare, in un’azione giusta e comunque ineluttabile, un’errata scelta di tempo, o di modo:!
Il popolo stolto non può comprendere oggi, come il sangue dell’assassinio della sua prima figlia, non potesse essere lavato che in questo modo: perché astutamente quell’assassinio fu chiamato “sacrificio”; e perché la morte di una donna pesa, nelle menti degli idioti, meno che una piuma. Così ora l’accusano di tradimento, di regicidio… Animali!
Non posso fare a meno di pensare, di riconoscere, che venire qui, con la speranza di vederla e di avvertirla del pericolo che le incombe addosso - benché da un lato Oreste ben difficilmente l’ucciderebbe una volta superata la prima ira; e dall’altro la sua morte per tale mano mi sarebbe utilissima – sia stato di certo un ben sciocco rischio.
Eppure, se legame di sangue esiste, fra progenie e padre che la genera, non le dovrebbe esser difficile vedere – come chiarissimamente lo vedo io – che in tal modo è giunto il momento di sacrificare pure Egisto, qualunque cosa dovesse costarle dentro: è questo l’unica mossa che le permetterebbe la speranza di conservare almeno un briciolo di ciò che le resta in mano.

(Si alza e fa qualche passo verso centro scena.)

Quanto a me, il giorno in cui Pilade mi dovesse venire a noia, non mi farei certo scrupoli di darmi un’occhiata attorno a cercarmi un nuovo sollazzo; non senza che qualche provvidenziale incidente… Ma chi…?

SU “L’ACQUA LA DANZA, LA CENERE”

L’opera, pensata in due atti, è una riduzione – in una sola storia – di quelle raccontate nell’omonimo romanzo di Alfonso Vinci (edito nel per la ), frutto dell’esperienza diretta in Centro e Sud America dell’autore.

Chi scrive era all’epoca (198 ) alla ricerca di un soggetto che, presentando temi e riferimenti contemporanei, potesse essere di più facile realizzazione in un ambiente culturalmente e artisticamente asfittico come quello di Rovigo. In un periodo storico nel quale, anche in Italia, si iniziava a prendere coscienza del degrado ecologico del pianeta e delle violenze perpetrate dalle nostre società su quelle civili, specie extra-europee, questa poteva essere la mossa giusta.

Al di là del valore dell’opera così composta – e dei mai affrontati problemi di diritto d’autore – è inutile dire che anche questo tentativo, non potendo portare contributi pubblici alle casse di quelle compagnie che (a dire il vero non solo in questa città) campavano di tali elemosine, è rimasto irrealizzato.

da L’ACQUA, LA DANZA, LA CENERE
SCENA IV (Due Comparse; L’Ingegnere; Don Asuncion; Vargas)


Sulla ripresa delle luci, riportate a mezza intensità, entrano le comparse portando con sé oggetti e cavi, per rendere ancora più ingombro il palcoscenico.

I COMP. – Parli sempre, parli sempre, parli sempre, eh?... Sei lì da tre giorni e non fai altro che nominare indios e preti… Almeno parlassi di donne!
ING. – Dov’è il padrone di casa, Don Asuncion?
II COMP. – Lo vedrai, lo vedrai, stai tranquillo.
I COMP. – Cioè, di’ un po’: per te che sei istruito, non sono importanti le donne?
II COMP. – Ne hai avute tante, coi soldi che hai, no? Perché ce n’hai di soldi, vero?
ING. (Che sta tentando di rimettersi in piedi) – Che t’importa? Perché non mi conduci da questo Asuncion, piuttosto?

ASU. (è entrato da sx alla fine del dialogo precedente, portandosi a proscenio, al centro, non lontano dall’Ingegnere che non si è ancora accorto di lui) – Ti piace la lotta dei galli?
ING. – No.
ASU. – Ti capisco, sei diverso da noi. Eppure serve: è una maniera di fare la guerra senza pericolo; di andare a casa soddisfatti per avere visto il sangue. Il sangue di tanto in tanto va visto, se no si dimentica.
ING. (si è reso conto che non è una delle comparse che parla, e tenta quindi di seguirne il ragionamento) – Come… come la corrida.
ASU. – Già, come la corrida. C’è guerra dappertutto. Tra i grandi poteri come tra i piccoli. Io non mi occupo di politica, ma da noi basta prendere le famiglie: per qualche ragione sono sempre in guerra.
ING. – Oppure per nessuna ragione.
ASU. (gli si avvicina e gli mostra una foto) – Guarda qui: è mio fratello, Encarnacion Orozco Larreynaga. Morto.
ING. (osservandola con finto distacco) – Morto giovane.
ASU. (si volta verso sinistra) – Vargas, portaci da bere! (torna a rivolgersi all’Ingegnere) – È una storia triste e non te la vorrei raccontare, ma certe cose è meglio che si sappiano. Tu non ci conosci e da voi questo non succede. Ma sarà poi vero? (gli si avvicina ancora, sedendoglisi vicino) – Devi sapere che il povero Encarnacion è stato ucciso dagli Olivares, ma per sbaglio.

VAR. (entrando da sx con in mano qualcosa da bere) – Altro che sbaglio, gli Olivares non commettono sbagli…
ASU. (urla evidentemente seccato, ma senza voltarsi verso di lui) – Noi non abbiamo niente con gli Olivares! (riprende il tono normale) – Siamo anche lontani parenti, se il nonno diceva la verità. Noi non avremmo proprio niente, se non ci fossero vecchi conti da regolare.
ING. – Solo con loro o anche con altri?
ASU. – Chi non ha conti da regolare? Un conto fatto di numeri, nient’altro. Dietro i numeri non c’è nulla. Ma questo conto c’è e deve essere tenuto presente quando… quando…
ING. – Quando si fanno i conti.
ASU. – Ecco, appunto, tu le cose le capisci. Gli Orozco e gli Olivares sono avversari storici: ci siamo sterminati a vicenda per varie generazioni e il giuramento reciproco è che non ci sarà pace, finché un individuo che porti il nome dell’avversario resti in vita. (Si alza) – Dicono che parlavi di cercare oro e che ti intendi di minerali.
ING. – Dicono.
ASU. – Ti porterò a vedere una miniera che ho, più a Sud di qui… ma non ora. Ora devo andare…

Esce da sx, senza dare uno sguardo a Vargas; le comparse lo seguono.

SCENA XIX (L’Ingegnere; Tai; Vargas)

Approfittando del buio, Tai è rientrato sul palcoscenico ed è andato a sedersi sui talloni di fronte all’Ingegnere.

ING. – È stato un sogno?
TAI – Forse che sì, forse che no.
ING. – Ho un gran frdddo.

VAR. (Entra da dx e si siede fra i due, rivolto verso il pubblico; tiene in mano una ciotola) – È normale, anche perché si è fatta notte. Bevi questo: ti scalderà.

ING. (Prende la ciotola e beve) – Va giù come il fuoco… (Tai e Vargas sorridono; l?Ingegnere, che per bere ha alzato gli occhi, esclama) – Ehi, guardate! Una stella cadente!
TAI – No, non è una stella: è una di quelle cose che voi bianchi buttate per aria per vedere tutto più da vicino.
ING. – Un satellite!
TAI – Sì.
VAR. – Passa ogni notte alla stessa ora: è così preciso che ci si potrebbe regolare sopra l’orologio.
ING. – Tutto cambia; ho l’impressione che tutto giri ormai per il verso contrario: prima c’era la luna a segnare il momento nel quale sedersi a raccontare storie attorno a un fuoco, ora si guardano i satelliti.
Un tempo era l’uomo primitivo che prendeva la droga per superare l’ignoranza e mettersi alla pari con gli Dei: oggi noi facciamo lo stesso, per sopprimere tutto il sapere che ci portiamo addosso e ritornare primitivi.
TAI – Avessi qualcuno che mi soffia lo yopo… ma no. Nessuno lo vuole più fare con me, nemmeno quei pochi ragazzi rimasti, quelli che lavorano per il missionario nuovo.
VAR. – Tu eri il loro capo: perché adesso ubbidiscono a lui e non a te?
TAI – Molti anni fa, dopo che fuggii dalla prigionia e ritrovai la mia tribù, li convinsi che potevamo vivere come i bianchi: io avevo imparato molte cose – o lo credevo, e anche gli altri lo credevano – e così partimmo per cercare quello di cui pensavo avessimo bisogno. Volevo portare la mia gente vicino a voi e vestirla come voi, perché non prendessero la tubercolosi e le malattie del freddo.
Per questo ci accampammo vicino a una caserma della Guardia Nacional, e una sera che noi sapevamo che stavano festeggiando non so che cosa ed erano tutti ubriachi, entrammo per prendere i vestiti e il bestiame.
Questo è rubare, vero?
VAR. – Eh, sì!
TAI – Ma l’indio trova tutto dov’è, dalla natura, e questo non è rubare. Da voi, dicono i missionari, non si ruba, non si può. Ma è vero?
ING. – Da noi non si vanta il furto e si predica di non farlo. Pure si ruba, molto più che da voi e in maniere più complicate. La natura non c’entra.
TAI – Comunque molti ebbero paura e fuggimmo soltanto coi vestiti.
Il mattino dopo arrivò l’aeroplano: fece qualche giro sopra di noi che lo salutavamo e sparì. Il giorno dopo ne tornarono tre, e noi tutti in cerchio, a saltare, i bambini saltavano, le donne sorridevano… (Si alza per mimare)
Si sentì un fruscio: la savana saltò in aria con uno scoppio, poi altri scoppi, la gente che saltava via come foglie, spari, altri scoppi… Tutti gridavano… Donne, bambini, tutti morti… Si sentiva solo gridare e lamentarsi. Chi poteva scappò.
VAR. – Una storia che farebbe la gioia di Don Asunciòn.
ING. – Non nominare le corna, se non vuoi che spunti il diavolo… A parlare di queste cose, ho paura che si finisca alloggiati nel suo cimitero, anziché qui in casa sua.

TAI (Che nel frattempo si è rimesso a sedere al posto di prima) – Io volevo che la tribù si mettesse a lavorare, edificando un villaggio stabile come i vostri… Che coltivasse, come fate voi… Tutto si poteva fare. Lo dicevo alla gente e loro rispondevano che sì, si poteva fare: perché io avevo studiato da voi – e per questo mi hanno chiamato “Tai”, che significa “sapere” – e allora dovevo sapere tutto.
VAR. – Così accadde quello che ci hai raccontato.
TAI – Sì. Ma come fanno i missionari vostri, che vengono qui a metterci i pantaloni e a inginocchiarci davanti all’aria, perché da voi si fa così?
Come hanno potuto inventare le macchine, la radio, i fucili? Sarà che prima hanno inventato quel dio in aria, davanti al quale si inginocchiano?
ING. – I missionari che arrivano qui, si lasciano dietro tanti come noi a produrre radio e fucili; e così hanno aerei e soldati dietro a loro.
Dietro a te, chi avevi?
TAI – Le nostre ceneri.

SCENA XXV (Vargas; Una comparsa)

Vargas si guarda un po’ attorno, fermo quasi a centro scena; la comparsa, che durante le scene precedenti ha continuato a rovistare qua e là, gli da le spalle sulla sx, accosciata, ed ha in mano un libro o quel che ne rimane.

VAR. – Non vai dietro al tuo padrone? Resti di sentinella a queste immondizie?
COMP. – Sono stufo… Andargli dietro o rimanere qua, non cambia niente… - (Si alza) – Sono stufo, non ho più voglia, non mi frega di niente. Neanche mi diverto più… - (Guarda un po’ il libro che tiene fra le mani, mentre Vargas gli si avvicina) – Questo è un libro, neh?

VAR. – Sì.
COMP. – A che serve? Mi insegni?
VAR. – Appena torno, sì.

Buio sui due.

Tre studi su Mishima

La trilogia di atti unici (“Il feto” – “Tre” – “Ali”) che doveva dare vita a “Tre studi su Mishima” fu il tentativo più serio compiuto dall’autore per avere qualche soddisfazione in ambito teatrale: proprio per ottenere un minimo di credibilità, scelse lavori brevi di un autore “forte” e di sicura caratura tecnica come Yukio Mishima.

I due primi lavori suscitarono in apparenza l’interesse di un paio di gruppi teatrali “off – off – ma proprio off” in Veneto e in Emilia. Purtroppo i loro membri, dopo essersi sperticati in complimenti e dimostrazioni d’interesse per i testi, una volta che compresero che l’autore non cercava minimamente i tanto agognati finanziamenti pubblici e che non aveva alcuna intenzione di curarsi dei potenziali gusti del pubblico, si dileguarono come neve al sole.

L’autore capì che non era il caso di insistere su questa strada (a prescindere dal reale valore di ciò che aveva scritto fino ad allora), così da non iniziare nemmeno il terzo degli atti unici previsti.

Va però detto che “Il feto” servì da base per il primo dei cortometraggi da lui realizzati: nel 1998. Frequentando il primo dei due anni del corso di teatro e cinema del “Teatro Polivalente di Occhiobello”, quando a ciascun allievo venne chiesto di proporre appunto un soggetto per un corto, l’autore decise di adattare questo. Ciò sempre per “avere le spalle coperte”, partendo dalla qualità di un autore che nessuno dei partecipanti al corso (lui compreso) poteva anche solo avvicinare.

La sua proposta fu scelta e condotta a termine – sotto il titolo di “Quando ci incontreremo sotto le onde” – malgrado le invidie e i problemi di litigiosità tipici di un gruppo dilettantistico italiano; e grazie ai vertici tecnici della scuola, che si impegnarono soprattutto a livello di postproduzione.

Il corto non è purtroppo visibile in questo sito, perché la proprietà è rimasta come logico a chi lo produsse.


Da “Il feto” – Atto unico tratto dal racconto “Inquietudini d’amore” di Y. Mishima

Scena I                                                         (Il Ragazzo; la Ragazza)

La scena è in penombra, con il palcoscenico ingombro di molte casse e scatoloni; al centro ve n’è uno con sopra una candela accesa. Fanno da sondo scena alcuni velari, orientati con diverse angolazioni e che – essendo bianchi e leggeri – permettono di intravedere gli attori come ombre cinesi.

I due attori iniziano recitando da dietro questi velari, vicini, ma senza toccarsi o incontrarsi; come se si cercassero al buio, stampano i loro corpi sui teli con movimenti mai nervosi.

RA.o – Sei tu?
RA.a – Sì.
RA.o – Era ora.
RA.a – Scusa per il ritardo. Sono tornata soltanto ieri sera, tardi, dalla gita scolastica.
RA.o – Lo so che sei andata in gita scolastica.
RA.a – E’ da stamattina che tutti non fanno altro che parlare di te.
RA.o – Sì… Certo… (Esce da dietro uno dei velari e inizia a spostare alcune delle casse – lasciando stare quella al centro); le ammucchia verso dx.).
RA.a – Non ce l’ho fatta a uscire prima. Sia mio padre che mia madre erano in guardia, ma passata la mezzanotte erano completamente addormentati. Ho sagomato la mia figura nel letto con il cuscino e sono scappata.
Per strada ero in pensiero, non avrei voluto essere riconosciuta da qualcuno. Meno male che ti ho trovato: temevo di non poterti più rivedere se la nave fosse arrivata prima.
RA.o – Non è successo niente di strano al mercato? Non è venuto nessun poliziotto?
RA.a – Tutti ne parlano, ma non si è fatto vivo nessuno sbirro… E’ la prima volta che entro in uno di questi magazzini. Ah!... Chi è quell’uomo là in piedi?
RO.o (Si volta di scatto verso dx.) – Non spaventarmi! E’ soltanto l’ombra di una cassa…
RA.a – Sono tutte casse? La nave arriva proprio di là? Il mare è calmo?
RA.o (Smette di lavorare, si siede su una cassa e risponde quasi con rassegnazione) – Sì, sì e sì. Qualche altra domanda?
RA.a – Tutti questi pacchi sono di contrabbando, vero?
RA.o – Chi ti ha raccontato questa storia? Ma sì, è vero. Alle due di mattina verrà qui una lancia che porterà altre casse; io ci salirò e scapperò lontano. Sono rimasto rinchiuso due giorni qua dentro, nell’attesa.
RA.a (Uscendo da dietro un altro dei velari) – E’ vero che tuo fratello fa parte dell’equipaggio di quella nave di contrabbandieri?
RA.o (Annuisce e si alza per rimettersi a lavorare) – Sì, è così. L’altroieri mio fratello è venuto a terra per prendere alcune informazioni: sono andato alla sua pensione e gli ho chiesto aiuto.
Mi ha detto: “Ho ancora alcune faccende da sbrigare… Mentre la nave sarà alla fonda, chiederò al comandante di aiutarmi. Nel frattempo aspettami nel magazzino.”
Questo è veramente un bel posto per restar nascosti; e mio fratello è molto gentile: mi ha dato la chiave e mi ha preparato da mangiare per due giorni.
RA.a – Devi assolutamente scappare.
RA.o (Smette di nuovo di lavorare e le si avvicina) – Non avevo intenzione di uccidere, ma ho ucciso: so di essere cattivo e so di perdere la testa, qualche volta. Doveva  capitare, prima o poi, che facessi una cazzata; e ora devo scappare lontano.
RA.a (Gli volta le spalle) – Se andrà così, cosa farò?
RA.o – Parli come un’adulta… Non avevamo forse deciso che il nostro rapporto non doveva lasciarsi nulla dietro?
RA.a (Voltandosi verso di lui) – Non ti piaccio?
RA.o – Questo dovrei dirlo io, semmai.
RA.a – Non sono corsa da te in una notte come questa? Non ho forse portato delle cose per te?
RA.o – Non mi hai dato la cosa più importante.
RA.a – Ma se sembri ancora un bambino! Quella non è una cosa da bambini.

Il ragazzo abbassa la testa e si allontana verso centro scena; quando sta per sedersi accanto alla cassa centrale, la ragazza riprende a parlare.

RA.a – Ecco, vedi? Anche se hai ucciso un uomo, continui ad avere poco coraggio.
RA.o (Inginocchiato sui talloni presso la cassa) – Tu… Tu mi odi.
RA.a (Dopo un breve silenzio gli si avvicina lentamente) – C’è la luna, vero?
RA.o – Zitta! Sento un bisbiglio.
RA.a – E’ solo la marea, che si sta alzando contro l’argine della costa. Adesso che ora è?
RA.o – E’ l’una e mezza.
RA.a (Gli è arrivata accanto e, inginocchiata alla sua dx., gli prende la mano) – Che mano pallida… Sembra la mano di un morto. E’ fredda… però è una bella mano.
RA.o – E’ la mano di uno che ha ucciso… Tu non puoi capire quali sentimenti passano nella testa di chi ha ucciso una persona!
RA.a – No, capisco.
RA.o – Allora dimmelo.
RA.a – Mi ucciderai?
RA.o – Sì, se non mi ascolti.
RA.a (Si alza di scatto, gli afferra il collo e iniziano a lottare) – Mi ucciderai? Uccidimi! Uccidimi presto!
RA.o – Cose da pazzi… Smettila!... Non devi gridare così, smettila!
RA.a – Quale parte del corpo hai colpito col coltello? Dimmelo!

Da “Tre”, atto uno tratto dal racconto “Trastulli d’animali” di Y. Mishima

Scena III                              (La Ragazza; Due Giovani, L’Uomo)

Approfittando del buio, l’Uomo è rientrato in scena, disponendosi al centro quasi a proscenio, e rannicchiato seduto rivolto verso gli spettatori.

V.F.C. (filtrata come da altoparlante) – “Emergenza! T-33°, A C, N0390, may-day may-day! Motore fuori uso! Sono sul cielo della… (la voce si interrompe e rimane solo rumore di fondo).

Durante il parlato la luce ritorna azzurrognola e a mezza intensità;, lasciando in penombra l’Uomo. I due giovani e la ragazza sono seduti a terra quasi a fondo scena, in linea retta e a identica distanza l’uno dall’altro. Un cercapersone illumina il Giovane che inizia a raccontare.

2° GI. – Siamo arrivati sul luogo dopo due ore e mezza. L’apparecchio si era conficcato perpendicolarmente nel terreno; non riesco a dimenticare quei due caschi rotolati in un campo, che erano illuminati dal sole del pomeriggio e che proiettavano una lunga ombra.
RA. – E poi che avete fatto?
2° GI. – Recintammo con un cordone uno spazio di trenta metri quadrati, per impedire l’accesso ai curiosi; poi rimanemmo a turno di sentinella per tutta la notte. Non ho mai passato una notte così triste.
1° GI. – Noi abbiamo un giardinetto. Ci sono piccoli archi di rose, un piccolo stagno nel quale nuotano i pesci rossi. E qua e là abbiamo piantato tanti fiori; ci sono anche garofani…
RA. – Tutti fiori da offrire ai morti?

1° GI. – Non dire stupidaggini! Quelli sono fiori per i vivi!

Le luci si abbassano ancor sui tre, mentre un cercapersone illumina leggermente l’Uomo.

UO. - (V.F.C.) – Oh, i ricordi!... Ho attraversato… schiacciato… sui vetri tersi… altri gesti memorabili… Di ricordi noi esistiamo… quando i sogni… cerchiamo nelle clessidre… Solo di ricordi…

Il cercapersone si spegne e le luci ritornano come a inizio scena.

2° GI. – Dammi quello strumento.
RA. (Dopo una breve pausa) – Non mi va.
Luci anche sull’Uomo, che si volge verso di loro sul dialogo seguente.

2° GI. – Ecco… Qui ci sono tre uomini. Non ti resta che darlo a uno di noi; allora ti conviene darlo a me.
RA. (Guarda entrambi i giovani che le stanno a lato) – No.

Il 1° Giovane si alza di scatto e le strappa la chitarra dalle mani; sulla sua reazione la getta al compagno, poi fuggono assieme fuori scena verso dx.
La Ragazza si avvicina allora piano piano all’Uomo, fino a sederglisi accanto, mentre anche lui torna a voltarsi verso il pubblico; quando gli è abbastanza vicina, gli pone una mano sulla spalla.
Mentre le luci si abbassano, sui due schermi laterali partono due filmati, presi da angolazioni differenti e opposte, che mostrano i due mentre fanno l’amore sulla spiaggia.

RA. – Unghie di conchiglia / Piedi di roseto / Rotule di ciottolo di fiume / Cosce d’arco teso / Membro di cespuglio di risveglio / Glutei di rigido raso / Ventre di cerchio nell’acqua / Diaframma di ponte ad un’arcata, romano / Torace di scoglio di licheni / Spalle di rame chiaro / Nuca di zanna d’avorio / Collo di forsizia pungente / Mento di pietra di fiordo / Labbra di petalo di rosa, rosa / Denti di piccolo corallo / Guance di prato rasato / Naso di fionda intagliata / Ciglia di lucida dalia, di sera / Occhi di grano duro / Fronte di soffitto intarsiato / Capelli di muschio imbronciato…

Buio in scena; per una decina di secondi rumore di nastro magnetico riavvolto; sugli schermi solo immagini di frequenze libere.

Scena VIII                              (L’Uomo, La Donna)

Approfittando del buio, l’Uomo si siede al centro e quasi a proscenio, dando le spalle al pubblico; su di lui, non appena si riaccendono le luci – che cresceranno fino a media intensità – cadono dei fogli di carta, mentre una voce femminile, fuori scena, legge nomi e indirizzi di donne.
Dopo l’ultimo, scandito mentre già la Donna sta entrando in scena dal centro, la voce ripete a sfumare le parole “…ogni martedì sera…”.

DO. (Inizia a parlare all’Uomo mentre gli si avvicina, con voce ferma e decisa; gli compie mezzo giro attorno, in modo da arrestarsi sulla sua destra, ma rimanendo rivolta verso gli spettatori) – Non dire queste cose a mio marito, assolutamente; sia quel che sia, a me basta essere informata.
La mia unica ragione di vita è far sì che mio marito non sappia mai che ho indagato così sul suo conto. Prometti di mantenere, costi quel che costi, il silenzio: se mi tradirai, morirò. – (Si volge verso di lui, passando a un tono più naturale) – Alle tre andrò a fare una visita all’ospedale.

Gli carezza appena la testa e esce dal centro. L’Uomo raccoglie uno dei fogli a terra e – sempre da seduto e spalle al pubblico – lo guarda come se lo leggesse; poi lo lascia cadere.

UO. – Oggi è martedì…

Buio.

SCENA XVII (L’Uomo; la Donna)

L’Uomo è sdraiato e si volge qui e là, come se faticasse a prender sonno; nel mentre – con le luci che creano penombra – una tenda sottile e traslucida scende dall’alto a isolarlo sui quattro lati; da fuori scena – fino all’inizio del dialogo – rumori e richiami di animali notturni.
La donna entra dal fondo e da sx. e gli si avvicina con passi lenti; lui si accorge della sua presenza solo quando essa è a metà strada fra il fondo e la tenda: allora si alza e fa per uscirne, dalla direzione opposta rispetto alla Donna.

DO. (Bloccandolo, malgrado il tono dolce della voce) – Non muoverti da lì. Non devi muoverti. – (Arrivata alla tenda, si inginocchia alla sua sx.) – Vieni; devi rimanere qui dentro.

L’Uomo obbedisce con lentezza e rientra nella tenda, inginocchiandosi anche lui di fronte a lei.

DO. – Non sai perché sono venuta, vero? Hai una faccia perplessa… Sono qui per quella che potresti dire un’insulsa ragione femminile: non mi è piaciuta la tua espressione, quando ho punto la mano di quella ragazza. La tua faccia, dopo, aveva un’espressione che ho trovato insopportabile.
Ho continuato a ripensarci, senza riuscire a dormire: di certo hai creduto che fossi gelosa, vero?
UO. (Sorridendo appena) – Sì…
DO. – Ti sbagli… Non sono una donna capace di comportarsi in quel modo per gelosia. Ho semplicemente dato una lezione ad una ragazza maleducata e impudente. In casi simili non ricorro alle parole: adopero una spilla… Proprio come tu usasti quella chiave.
UO. – Ah era questo, alla fine: avevi bisogno ancora di ricordarmi quello che ho fatto… Grazie… Ad ogni modo non sono più quello di una volta; mi sono ravveduto.
DO. – Anch’io.
UO. – Tu non hai nessun bisogno di ravvederti; non l’hai mai avuto: mi sono addossato io ogni colpa, perché tu non avessi rimorsi.
DO. (Infuriandosi mano a mano che procede nel discorso) – Tu ti saresti addossato ogni colpa? Ma che belle parole… Io non ti ho chiesto niente, ma se tu vuoi proprio crederci, illuditi pure. Tienti pure le tue piacevoli, belle, eroiche illusioni! Ti conviene continuare in eterno a fare la gattamorta. – (Fa una pausa e riprende la calma) – Io non ho nulla che assomigli alla tua colpa: è questa la mia debolezza, questo che schiaccia come un macigno la mia vita.
UO. (Come se scherzasse) – Ah, insomma… Vorresti diventare una donna degna di me? – (Riprende con un tono affettuoso) – Non sei donna da saper entrare nel bagno di un carcere, qualsiasi acrobazia tu faccia.

La Donna, senza palesare apparentemente emozioni, si allontana da lui di alcuni passi, volgendogli le spalle. La prossima battuta la dirà una volta ferma e sempre senza guardarlo.

DO. – Si muore dal caldo.
UO. – Fa caldo…
DO. (Ritornandogli accanto) – Ci sono zanzare?
UO. – No. Non devo essere molto appetibile.

I due ridono un poco, sommessamente; la donna si avvicina , fino a restare viso contro viso, ma senza scostare la tenda.

DO. – Hai l’odore di un negro.
UO. – Ti da fastidio, vero?

Prima di ottenere risposta, l?uomo tenta di abbracciarla, sempre restando dietro la tenda, ma lei si stacca bruscamente
Buio.

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